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Il Cristo d’acciaio: il lavoro dietro l’opera d’arte

Il capolavoro di Nino Ucchino si svela

Nino Ucchino
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Lo scorso 23 giugno, Santa Teresa di Riva, un piccolo paese di 9000 anime in provincia di Messina, ha fatto da cornice a un evento unico, per gli addetti ai lavori, gli amanti e gli esperti d’arte. Il Parco Unità d’Italia di Villa Crisafulli Ragno, un palazzo signorile del 1890, infatti, ha ospitato la cerimonia di inaugurazione dell’ultima opera scultorea del Maestro Nino Ucchino, Il Cristo d’acciaio. L’opera monumentale, raffigurante il  Crocifisso, è alta 2 metti e 20 cm circa, come ha indicato l’artista. Approvata dalla CEI, è stata commissionata dalla Diocesi di Sora per la costruenda Chiesa “La Sacra Famiglia” di Cassino, dove è attesa dalla cittadinanza e dalle autorità ecclesiastiche e civili, per la posa definitiva.

A supporto del lavoro svolto dal maestro Ucchino è stato realizzato un documentario dal regista Fabrizio Sergi, che descrive le varie fasi di realizzazione dell’opera, e che è stato presentato durante la stessa cerimonia; una pellicola che ci aiuta, grazie alla voce di esperti d’arte, a conoscere meglio il Maestro Ucchino e la sua arte. E’ una testimonianza molto interessante, perché vede il contributo non solo di noti e affermati storici d’arte appunto, ma anche di attori, e gente comune. Questo docu-film consente di immergerci in un mondo che probabilmente la maggior parte di noi ignora o è abituato a vedere sotto un altro aspetto, quello dell’acciaio. L’acciaio che viene plasmato, l’acciaio che viene trasformato, l’acciaio che prende vita, l’acciaio che è arte allo stato puro.

Al giorno d’oggi, come ci suggerisce lo storico dell’arte Francesco Gallo Mazzeo, sentire parlare di scultura risulta quasi strano perché è un’arte che ha subito molte ingerenze, intromissioni, intrusioni, fino quasi a perdere la propria identità, è qualcosa di indefinito, sfuggente quasi. All’interno dell’atelier d’arte  di Ucchino sito a Savoca invece, dove la maggior parte delle sue opere hanno preso forma, ci rendiamo conto che un legame con le forme della tradizione, qui, ancora c’è. Le sue creazioni sono infatti attuali dal punto di vista della forma e dei materiali, ma espressive e ricche di emotività come Bernini e Michelangelo ci insegnano. Ucchino ha la capacità di trasformare un materiale utilizzato per lo più nell’edilizia, l’acciaio, in un’opera d’arte; un materiale freddo e inespressivo, in qualcosa di vivo, capace di trasmettere emozioni.

A tal proposito, uno spunto di riflessione interessante, ci viene da Vittorio Sgarbi, che ci offre un’insolita chiave di lettura sul perché di questo materiale:

“l’acciaio non si arrende alle ingiurie del tempo e quindi ai crismi dell’immortalità. A pensarci bene è anche il materiale delle nostre pentole da cucina, una materia che è perfettamente inserita nel quotidiano più abituale della nostra civiltà consumista. È un acciaio ruvido, irregolare, a sprazzi lacunoso e tagliente… Uccino ci fa capire quanto la scultura figurativa abbia ancora da fare.”

Il Cristo d’acciao è un’opera unica, per tecnica, lavorazione, espressività; un metallo così poco malleabile infatti, quasi mai da risultati così perfetti, ma il Maestro ci riesce, senza fusione (come invece si fa di solito con altri materiali come il bronzo), senza disegni preparatori, tutto è solo nella sua mente.

nino ucchino

Forgia il volto con martello e fuoco, salda un orecchio, poi l’altro; piega le spine della corona con una pinza, come fosse burro… magari lo fosse stato. Come il Dio Vulcano, plasma con il fuoco, fonde acciaio su acciaio, in un trionfo di muscoli, di ossa, di parti anatomiche da mettere insieme, e poi brucia con la fiamma, come quelle ferite, quelle piaghe, e mentre brucia, il volto di Cristo si appesantisce di quella sofferenza che è così vera.

Come dice Antonio Catania, noto attore di cinema e televisione:

“Ucchino ci regala un Cristo usando la fiamma ossidrica come fosse un pennello, per disegnare i nervi, i muscoli, in una maschera di dolore che l’acciaio rende in tutta la sua sofferenza e la sua forza. Ci ricorda che siamo a volte vittime, e volte carnefici e quanto ancora dobbiamo lottare.”

Il Maestro, al limite delle sue forze fisiche, lavora incessantemente per otto lunghissimi mesi dietro i sui occhiali scuri ed il cappello di paglia, accarezza la sua creatura, la gira, la rigira, su un fianco, poi sull’altro. Secondo chi lo conosce bene, è un uomo di poche parole, sono le sue creazioni a parlare per lui; la sua forza spirituale prende forma in quel corpo d’acciaio colpito con rispettoso ed energico vigore, ha una forza fuori dal comune per uno scultore moderno.

Ucchino, siciliano d’origine, a 22 anni espone già le sue prime opere pittoriche a Milano, a 28 incontra e frequenta per anni Giulio Carlo Argan che gli fornisce grande supporto, a 36 emerge la sua anima da scultore e realizza grandi opere pubbliche in acciaio, trovando grandi riscontri presso la stampa e la critica d’arte  e presentando le sue opere in prestigiose gallerie e spazi pubblici di tutto il mondo. La sua arte è riconosciuta ad oggi in tutti gli ambienti, una sua creazione ad esempio, è stata nel 2005 il premio per la prima edizione dell’ EarOne Airplay, (un riconoscimento che viene assegnato all’artista italiano con il maggior punteggio nella classifica dell’airplay radiofonico) vinto da Luciano Ligabue, a cui è stata consegnata sul palco dei Music Awards al Foro Italico di Roma. L’opera realizzata dallo scultore era ispirata alla forza dirompente della radio ed alle sue onde coinvolgenti.

Nel Cristo d’acciaio la sua mano, il suo tocco, è forte e delicato allo stesso tempo, perché duro è il materiale da plasmare, ma dolce e misericordiosa è l’anima da trattare, da ammirare, da amare.

Come ci spiega Don Fortunato Tamburrini, Vicario responsabile della Chiesa Sacra Famiglia di Urbino, dove il Cristo sarà alloggiato, la scelta dell’acciaio è emblematica, perché è l’elemento che, circa 75 anni fa, distrusse completamente l’Abbazia di Montecassino. Alle 9.45 del 15 febbraio 1944 infatti, gli aerei degli Alleati iniziarono il bombardamento dell’ Abbazia, una delle decisioni più controverse della Seconda Guerra Mondiale che portò alla distruzione del complesso architettonico, le cui prime vestigia risalgono addirittura al sesto secolo, e che fu costruito nella sua forma attuale a metà del X secolo.

“Il fuoco con cui è lavorato ricorda quell’amore di Dio che, riversato nelle macerie di un’umanità distrutta dall’odio, da forma nuova all’uomo. È il crocefisso che risorge.”

Proprio questo concetto è alla base della scelta di scolpire il Cristo senza croce, perché risorto, ma con la stessa postura e le braccia aperte, per accoglierci. Le scapole infossate, il costato forato da potenti colpi di martello e cacciavite, chissà quanto dolore.

Giulio Carlo Argan, noto storico dell’arte, nel libro L’Asino immortale scrive di essere sorpreso per la bellezza di questa nuova tecnica, sia per i riflessi che emana, che per la rugosità dei dettagli anatomici. Già, i riflessi; si perché Ucchino lucida la sua opera con amore, come si fa con l’oggetto più prezioso della propria dimora, con mano ferma e sicura fonde la lamiera, e quando la fiamma arriva al cuore, il capolavoro è terminato. Il Cristo ci viene allora mostrato sotto la pioggia battente, grondante di quell’acqua che lava via tutto, le sofferenze, i mali, i peccati di un’umanità violenta, come violenta è la fine di quest’uomo, dell’Uomo. Poi però torna il sereno, ed è l’alba di un nuovo giorno.

Il lavoro che si cela dietro un’opera d’arte non sempre traspare quando la si ammira. Questo documento ci fa invece capire che l’impegno è notevole e imparerai ad osservare con occhi diversi.
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