Opera prima di Lukas Dhont, ci mostra un ritratto di un sogno adolescenziale, in un corpo in trasformazione

Lara ha 15 anni, sogna di ballare, di ballare per sempre. Un film come tanti direte voi, solo un altro titolo in eredità alle generazioni ormai lontane di Footlose e Flashdance. La chiave di volta di quest’opera invece è rappresentata dal suo pudore e dalla sua capacità di spostare il centro dell’attenzione dello spettatore sul conflitto interiore della nostra protagonista, dove la danza arriva ad assumere solo una forma indistinta, in grado di raccordare e accompagnare, senza mai porsi in primo piano. Lara infatti non è una ragazza, bensì un ragazzo, disposto a tutto pur di diventare quello che non è, di piegare il suo corpo al suo volere, tramite l’utilizzo di ormoni ed equipe mediche che l’accompagnano passo passo, come fossero angeli, nel passaggio di genere.

Lara non sopporta il suo corpo, vuole distruggerlo, annientarlo, imporgli un cambiamento. A partire dallo sguardo, quello sguardo deciso e allo stesso tempo schivo, con cui si osserva allo specchio, custode di un segreto troppo più grande di lei.

E’ un film sulla ricerca di se stessi, sulla messa in discussione di principi imposti da una società senza scrupoli, che si affida a concetti pre costituiti per elevare un unico canone di bellezza senza pietà.

Una storia di un’evoluzione, interessante oltre per il già citato processo di crescita adolescenziale, ma anche perché la, o meglio, il protagonista, per niente scontato, è transgender.

Ad interpretarlo ci pensa un bravissimo Victor Polster, ballerino dell’Accademia di Anversa, che ben si presta a questo gioco di ruoli in cui tutto è concesso ed è tutto vero finché ci si crede.

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