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dolor y gloria

Dolor y Gloria: un film fatto di corpi, ricordi e sguardi

Dolor y Gloria, ultimo capolavoro di Pedro Almodòvar, è  un film intenso dove corpi, ricordi e sguardi fanno da protagonisti

Per l’intervista al regista vedi anche: Dolor y Gloria: la non autobiografia di Pedro Almodòvar

Prendersi tempo per i ricordi. I ricordi necessitano tempo. Potremmo riassumere così l’ultimo film di Almodòvar.

Il film si apre con il protagonista, Salvador Mallo, che, immerso in una piscina, ricorda. L’acqua della piscina lo riporta, e noi con lui, al fiume della sua infanzia, dove sua madre Jacinta, una bellissima e luminosa Penelope Cruz, lavava le lenzuola e, intonando canzoni d’amore, le stendeva sulle siepi. Salvador è un regista stanco che non riesce più a girare, appesantito dalla depressione, da dolori fisici in tutto il corpo, dal lutto non elaborato per la morte della madre. Si trova in un impasse, chiuso nella sua cella dorata (un bellissimo appartamento – museo, dove quadri di artisti famosi si alternano a collezioni di vasi di Venini e a preziosi oggetti di design), sprofondato in un dormiveglia nutrito dalle infinite pillole e dall’eroina. La prima di un suo film, restaurato, considerato il suo capolavoro, dà il via a una serie di incontri che, tra epifania e ricordo, gli apriranno il passato, riportandolo indietro e permettendogli di raccogliere l’energia necessaria per scrollarsi di dosso il presente, appiccicoso e velenoso, e ricominciare a girare film. Il protagonista lascia che i ricordi impregnino la vita quotidiana e la sospendano in una pausa indispensabile per imparare di nuovo che cosa sia la vita.

Non sono solo le persone che si inseguono: Eduardo, il giovane operaio, primo oggetto del suo desiderio di bambino, la madre, Federico, il primo, grande amore, Alberto, protagonista di Sabor e suo amante. Anche gli oggetti si dilatano e prendono vita: il ritratto ad acquerello che gli ha fatto Eduardo, lui bambino seduto con un libro sulle ginocchia, l’ovetto di legno per rammendare, che la madre gli regala prima di morire, un vecchio rosario, la scatola di latta con i ricordi della madre, un richiamo molto letterario, forse un omaggio ai libri letti da bambino.

Dolor y gloria, epico titolo antitetico,

riassume l’esistenza di Salvador, che se ne riappropria solo a patto di fare i conti con le due presenze costanti della sua vita: il corpo (e il desiderio ad esso legato) e il ricordo. Entrambi, corpo e ricordo, esigono lo sguardo. E gli occhi sono un’altra costante del film: quelli di Jacinta, di Eduardo, di Federico, di Alberto, e quelli, spesso chiusi o socchiusi per l’effetto dell’eroina, di Salvador stesso. Gli occhi sono gli apripista del desiderio, sono loro a dargli cadenza e modo. Salvador vede Eduardo per la prima volta mentre sta dando la calce e i piedi si fermano, quasi inciampano, anticipando il suo successivo desiderio.

Straordinario Antonio Banderas, magica Penelope Cruz. Intensi tutti gli altri. La regia di Almodòvar tiene tutto con marcatura stretta, alternando inquadrature psichedeliche, che ci restituiscono l’ossessione del corpo, prima corpo di desiderio poi corpo di dolore, attraverso gigantografie di elaborazioni computerizzate, a passaggi lunghi sui luoghi di Salvador bambino, fino alle riprese claustrofobiche nell’appartamento del regista.

Dopo i titoli di coda, dopo che ci siamo lasciate alle spalle il cinema, gli occhi di Salvador bambino ci guardano ancora, lucenti, seri, profondi.

Eduardo e Salvador bambino:

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