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Bohemian Rhapsody
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Finalmente, dopo mesi di estenuante attesa, Bohemian Rhapsody arriva anche qui in Italia e, ovviamente, mi sono precipitata in sala

Troppe parole sarebbero inutili per parlare di questo film. Anche perché ne sono già state usate tante, talvolta a sproposito, e di opinioni e critiche ne sono fioccate come non mai. E mi chiedo se fare recensioni non sia diventato un pretesto per parlar male a tutti i costi di qualcosa, un canale di sfogo di tante nostre piccole frustrazioni. Non ti aspettare, dunque, un’analisi di tutto ciò che non torna o che poteva essere fatto meglio. È vero, ci sono cose che non ho apprezzato pienamente e altre che avrei voluto che fossero dette, ma credo che un messaggio, potente e autentico, alla fine sia passato. Al di là che ci sia stato o meno un tentativo di edulcorare la realtà o di fare una celebrazione in pompa magna dei Queen, come è stato detto da tanti. Come se poi i Queen ne avessero bisogno. Ora bando alle ciance e parliamo, finalmente, del film.

Proviamo a fare una recensione al contrario

Iniziamo dalla fine, da quando le luci in sala si sono accese. Sulle note di Don’t stop me now vengono tirati fuori i primi fazzoletti dalle borse, iniziano gli applausi del pubblico. Applausi che non si sa se fossero per il film, per Freddie, per i Queen o per quell’incredibile live del 1985 che tutti noi avremmo voluto vivere (e che abbiamo in realtà vissuto, grazie alla ricostruzione quasi maniacale del film), anche per soli dieci minuti. Credo che già questo parli da solo. Bohemian Rhapsody è stato un grande concerto, un concerto di quasi due ore e mezzo, in cui tutti i fan presenti in sala sono diventati un unico corpo, un’unica voce. Uniti dall’amore per i Queen e dall’emozione di poter rivedere muovere sul palco il nostro grandissimo Freddie. Per qualche ora i cinquanta spettatori in sala si sono ritrovati catapultati tra quelle 325.000 persone che a Rock in Rio, nel 1985, cantarono Love of my life come una sola invincibile voce.

Bohemian Rhapsody è un tuffo nel passato, un giro su un enorme LP che spara a tutto volume i più grandi successi della band inglese. Si parte dai primi anni ’70, dai primi concerti, quando la band ancora si faceva chiamare Smile (dopotutto Roger Taylor sarebbe dovuto essere un dentista, che altro nome potevamo aspettarci?), la classica gavetta che tutte le band devono affrontare prima del successo. Successo che non tarda ad arrivare; i Queen registrano il loro primo album e cominciano a conquistare il pubblico mondiale. Il resto è storia e non c’è bisogno che te la racconti io.

La chiusura del film, con il Live Aid del 1985, sulle prime mi ha lasciato spiazzata: “sì va bene, dov’è il seguito? Non può finire qui”. La malattia di Mercury viene accennata, anche se poche scene sono più che sufficienti a far intendere il dolore, la paura, la consapevolezza di non poterne uscire e di essere vicino alla fine. Scene molto toccanti e, soprattutto, autentiche. Nessuna insistenza, nessun spiacevole tentativo di rendere ancora più drammatica una malattia già troppo drammatica di suo. Proprio per questo, se all’inizio ho percepito questa assenza come un’enorme mancanza del film, è in realtà uno dei più grandi pregi. Freddie Mercury non viene dipinto come un’icona gay, come uno dei tanti morti per AIDS. Non ci si dimentica che prima di ogni altra cosa, prima di essere una leggenda, un fenomenale performer, Freddie Mercury era una persona. E questo viene sottolineato in modo sottile in molte parti del film. Vediamo sì il Mercury da palcoscenico, con costumi eccentrici e dai modi esuberanti, ma vediamo anche il Freddie uomo; il suo amore per i gatti, che lo seguivano ovunque, il suo rapporto con Mary Austin, rimasto immutato fino alla fine. Molto bella la scena in cui i due comunicano tra di loro accendendo e spegnendo le luci, un momento intimo che, vero o meno, rende bene l’idea sia del loro legame sia della sensibilità di Mercury.

Attori da far paura (per somiglianza e bravura)

La musica è sicuramente la Protagonista assoluta del film. Il film ha emozionato ed è vero che gran parte del merito va alle canzoni, che rimangono di un’intensità unica. Ma se fosse solo per questo basterebbe guardarsi i video su Youtube o ascoltarsi un cd in macchina. Ci emozioneremmo allo stesso modo? No. Il grande, grandissimo, merito va agli attori. Ben Hardy (Roger Taylor), Joseph Mazzello (John Deacon) e Gwilym Lee (Brian May) sono le copie sputate dei tre componenti dei Queen. Talmente uguali da far paura. Rami Malek, che già ho adorato in Mr. Robot, è un Freddie Mercury perfetto (il Golden Globe e l’Oscar lo riconferma), che da ragazzino buffo con i dentoni si trasforma rapidamente nell’uomo pieno di energie che siamo abituati a veder cantare sul palco. Una bella sfida, per tutti e quattro. Ruoli che, come aveva detto Malek, “potrebbero rovinare una carriera“. E invece, caro Rami, puoi stare tranquillo perché noi ti amiamo ancora di più, ammesso che questo sia possibile, dato che grazie a te Freddie Mercury ha potuto rivivere altre due ore e mezzo insieme a noi.

Su quello schermo ci sono i Queen, non attori che ne vestono i panni.

Tante sono state le critiche (e ti pareva)

Il film è stato accusato di aver travisato gli eventi, di aver voluto dipingere un’immagine tutta rose e fiori dei Queen. È vero che alcuni eventi narrati non si avvicinano del tutto alla verità, ma io ti chiedo: alla fine è così importante? Certo, se il film volesse effettivamente essere un biopic sì. Scopo di un biopic è anche quello di far conoscere una band, non di farsi raccontare una versione “edulcorata” (la vogliamo definire così cari critici? Mah), tagliata e cucita dei fatti. Ma Bohemian Rhapsody non è un biopic. No, non si arriva a conoscere i Queen a fondo. Un qualsiasi fan, con una media conoscenza della band, uscirebbe di sala senza aver scoperto niente che già non sapesse. Si vuole sapere qualcosa in più? Si vogliono sapere date, nomi, luoghi e dettagli? Bene, ci si legga una biografia, ce ne sono talmente tante sui Queen. Che le scrivono a fare sennò. È ovvio come in un film, seppur lungo, non si possa racchiudere un’intera carriera, e che carriera, come non è possibile raccontare un uomo come Freddie Mercury. Sarebbe pretenzioso, difficile e rischioso. Senza contare che servirebbero, come minimo, cinque film o una serie tv bella lunga.

Altra critica, un po’ campata in aria, se mi permetti, che è stata fatta è che non ci si sia soffermati sulla sessualità di Mercury. Ma che film hanno visto i critici? Con queste obiezioni si torna indietro di trent’anni, si diventa quei petulanti giornalisti ai quali non interessava altro che spulciare la vita privata di un cantante, anziché le sue creazioni artistiche. Freddie vi avrebbe odiato per questo. La relazione con Jim Hutton non è stata particolarmente approfondita, questo è vero, ma a questo proposito mi ricollego a quanto già detto sulla malattia: non si voleva sfruttare il personaggio, ma rispettare un’intimità che  Mercury ha sempre protetto.

Bohemian Rhapsody, oltre a essere un film che dà la possibilità ai vecchi fan di far rivivere un mito e alle nuove generazioni di conoscerlo, rimarrà un film irrinunciabile, da vedere soprattutto al cinema per coglierne appieno la potenza. Anche se c’è già stato chi è riuscito a rendere immortale la musica della mitica band inglese:

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