Il docufilm di Massimiliano Pacifico è stato presentato in anteprima al festival del cinema di Venezia lo scorso anno e ora arriva al cinema, anzi, a teatro

Qual è la miglior location per proiettare un film che parla di teatro? Ma un teatro, ovviamente. E così il cineclub Arsenale di Pisa ha avuto l’idea brillante e, tutto sommato, spiritosa, di proiettare Il teatro al lavoro al teatro Verdi, il principale teatro cittadino, e di invitare il protagonista del film, Toni Servillo, a chiudere la serata. Come sempre accade in occasioni del genere, al Verdi si è verificato un insolito tutto esaurito.

Spesso l’Arsenale si avvale della collaborazione dell’Università di Pisa per introdurre un evento. Nella fattispecie il film è stato preceduto da una dotta, quanto interminabile, relazione della professoressa Barsotti, ordinaria di storia del teatro e dello spettacolo della facoltà di Lettere di Pisa.

Comunque sia, finalmente è arrivato il film

Come suggerisce il titolo, Il teatro al lavoro non fa vedere uno spettacolo, come succede col monologo di Andrea Cammilleri su Tiresia, ma tutto il lavoro che c’è prima dello spettacolo. A partire dalla lettura del testo, le prove seduti, le prove in piedi, dove anche spostarsi di un paio di metri sul palco è recitare e ci si deve muovere come si muoverebbe il personaggio. Le prime riprese, effettuate a Venezia, mostrano Servillo alle prese, non solo coi tre giovanissimi attori che lo affiancano nello spettacolo, ma anche con una ventina di studenti dell’Accademia Teatrale Veneta che assistono alla preparazione dello spettacolo, come si trattasse di un seminario.

E ora parliamo dello spettacolo. Si tratta di Elvira, di fatto il testo delle lezioni, trascritto dalla regista e drammaturga Brigitte Jaques-Wajeman, fatte da Louis Jouvet alla sua attrice prediletta, Claudia, sulla seconda scena del Don Giovanni di Molière, quando Elvira implora il seduttore di pentirsi e salvare l’anima. Eravamo negli anni ’40 del secolo scorso, la Francia era in guerra e occupata dai nazisti; Claudia, attrice di immenso talento, fu costretta ad abbandonare le scene perché ebrea. Ma questa è un’altra storia.

Jouvet e Claudia, interpretati dallo stesso Servillo e da Petra Valentini, s’immergono nella pièce, che si trasforma in una sorta di messaggio di speranza e di resistenza, nel contesto tragico della seconda guerra mondiale.

Jouvet è uno dei due fari che guidano la navigazione artistica di Servillo; l’altro, ovviamente, è Eduardo De Filippo. Louis Jouvet, grandissimo attore – teatrale e cinematografico – e regista, era anche un teorico di prim’ordine. La stessa Elvira, come abbiamo già detto, è una summa delle sue teorie sul teatro e sull’interpretazione.

Massimiliano Pacifico ha fatto un lavoro straordinario,

riuscendo a mostrare, in meno di un’ora, quanto lavoro è necessario sia per mettere in piedi uno spettacolo, sia per essere dei bravi attori teatrali. E bravi non vuol dire essere perfetti. Anche, ma non solo. Significa riuscire a immergersi completamente nel personaggio e fargli prendere vita. Stare su un palco, recitare, non è saper recitare le battute in modo decente, c’è bisogno di molto di più. Una buona recitazione è fatta sì di parole, ma anche di silenzi, di movimenti. Per Toni Servillo, come già abbiamo detto, anche spostarsi di pochi metri sul palco significa recitare. L’attore, l’attrice, deve essere in grado di essere, di sentire, il suo personaggio in ogni momento. Deve sdoppiarsi, lasciando momentaneamente da parte il sé di sempre e diventando una nuova persona, spesso riscoprendo anche se stesso. Solo in questo modo l’attore potrà effettivamente connettersi con lo spettatore, emozionarlo, farlo entrare dentro lo spettacolo. E, se questo riesce, lo spettatore potrà cogliere il significato più profondo del teatro (e anche del cinema): portare in scena la vita. Come dice Servillo, ogni spettacolo di teatro è una grande festa e potrà considerarsi riuscito se lo spettatore tornerà a casa con qualcosa in più, con la voglia di vivere la vita, con un po’ di felicità e curiosità aggiunta.

il teatro al lavoro

Ne Il teatro al lavoro ogni attore è messo completamente a nudo. Toni Servillo stesso. Nessuno di loro smette mai di mettersi alla prova e nessuno è mai completamente soddisfatto del suo lavoro. Non sempre l’attore riesce a sentire il personaggio, neanche dopo ore di lavoro. E c’è frustrazione, paura di non riuscire a fare un bello spettacolo, malumori. E poi, ci sono momenti in cui il personaggio arriva da solo, in cui improvvisamente diventa un tutt’uno con l’attore.

La cosa che Servillo ripete più spesso, nel film, ma anche durante il suo intervento successivo, è che un attore non è uno che “ha culo” o è baciato da dio; è uno che lavora duramente. Sicuramente deve avere una predisposizione naturale che gli viene dal bacio di dio, da un sovrappiù di neuroni a specchio o da chissacché, ma senza il lavoro, duro e costante, non si diventerà mai veri attori. A dimostrarlo è il film stesso che, però, a partire dal titolo, non fa vedere il risultato di tanto lavoro. Per quello, a maggior ragione dato che l’Elvira è ancora in tournée, bisognerebbe andare a teatro a vederla. Questo è un punto di forza del film; quello di non svelare il finale, ma d’incuriosire con tutte le premesse. Peccato che la programmazione teatrale delle città di provincia, come la mia, si guardi bene da mettere in cartellone certa roba.

In conclusione, un film impeccabile, che fa il pari con la gradevole conversazione successiva con l’attore principale del film e regista dello spettacolo. Ma anche questa è un’altra storia, che vi racconteremo fra non molto.

Cinque stelle più che meritate.

Voto (5 / 1)
VOTO FINALE
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Il mondo si divide in due categorie: chi i film li fa e chi li va a vedere. Io, a volte, ne scrivo anche. Nata lo stesso anno in cui è uscito Hercules, fan numero uno di Supernatural, Il grande Lebowski è il mio film preferito e conosco a memoria tutti i western di Sergio Leone. Quasi tutti. Nessuno è perfetto.

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