A novembre sarà nelle sale italiane il film che racconta gli ultimi anni della corrispondente di guerra del Sunday Times, Marie Colvin, che è stata testimone di eventi cruciali nei luoghi più pericolosi della Terra.

Marie Colvin è stata la prima giornalista straniera a entrare nello Sri Lanka occupato dalle tigri Tamil, ha scoperto le fosse comuni irachene, piene dei corpi degli oppositori di Saddam, è stata testimone della primavera araba, ha assistito alla fine del regime di Gheddafi; infine, durante la guerra civile siriana, è stata uccisa, probabilmente per ordine del governo di Bashar al Assad, nel 2012.

Oltre a essere una donna coraggiosa e appassionata del suo lavoro, la Colvin era anche un personaggio caratteristico; quando si ferì all’occhio durante un’azione di guerra, scelse di coprirsi l’occhio con una benda da pirata, aveva la voce arrochita dalle molte sigarette e non aveva paura dei potenti.

Il regista, Matthew Heinemann, la descrive così:

Colvin era uno spirito ribelle e totalmente senza paura, pronta a prendersi qualunque rischio pur di raccontare una storia. Il suo desiderio di voler testimoniare le sofferenze dell’essere umano nelle guerre era la sua missione, come lei stessa diceva, doveva ‘dire la verità ai potenti’”. E aggiunge: “Viviamo nell’era della post verità, dove i fatti vengono spesso confusi con le falsità più sfacciate con dittatori, terroristi e politici che indifferentemente utilizzando la propaganda per i loro personali interessi, con il terribile risultato che le persone non sanno cosa credere. Il giornalismo è sotto attacco ed è continuamente polarizzato con notizie fabbricate e mascherate per vero giornalismo”.

Nel film, però, non viene mostrato solo l’aspetto eroico della giornalista, non se ne vuol fare un’icona, si fanno vedere anche i contraccolpi provocati da una vita sempre in prima linea. Si affronta il tema della sindrome da stress post traumatico, della dipendenza dalla guerra di cui soffrono, quasi inevitabilmente, i reporter. La Colvin è capace di stare nelle zone dove cadono le bombe, dove sparano, anche sui giornalisti, per impedire la fuga di notizie, ma quando torna a Londra soffre di attacchi di panico e, di fatto, non riesce a relazionarsi con facilità, insomma a vivere normalmente.

A dare il volto alla giornalista è Rosamund Pike, che è rimasta affascinata dal suo personaggio: “In questo momento cerco dei ruoli in film che affrontano temi più grandi come la razza, la guerra. Marie Colvin è una corrispondente di guerra, audace nel suo desiderio di raccontare la verità dal punto di vista delle persone e non dei governi. C’è qualcosa che mi porta verso questo tipo di storie che possono farci cambiare la visione sulle cose”.

Il regista si è sempre cimentato con argomenti impegnativi: ha girato City of Ghosts, un documentario sull’Isis, Escape Fire sul sistema sanitario negli Stati Uniti, Cartel Land sui cartelli di droga messicani. Quando ha letto l’articolo di Marie Brenner, Marie Colvin’s Private War, si è messo in moto per girare questo film. Ha contattato Paul Conroy, il soldato inglese diventato fotoreporter, compagno di avventure di Marie Colvin: “Vedere ricreare alcune delle conversazioni che veramente abbiamo avuto mi ha commosso profondamente – ha detto il fotografo – Mi sono reso conto di quanto mi mancasse Marie“. Nel film a dare il volto a Paul Conroy è Jamie Dornan.

Le scene di guerra sono state girate tutte in Giordania e come comparse ha scelto veri profughi e rifugiati. Heinemann ha voluto ricostruire la guerra “Nel modo più onesto che si può fare in un film narrativo. L’autenticità è stata la mia stella polare. Volevo circondare gli attori di persone di quelle regioni le cui storie avrebbero fatto versare vere lacrime per vere atrocità. All’inizio è stata dura per loro ma alla fine credo questa scelta abbia creato un ambiente emotivo che ha permesso alla storia di svilupparsi”.

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