La città dei vivi non chiude sul delitto, ma su chi resta. Il film di Edoardo Gabbriellini porta Luca Varani verso un destino che lo spettatore può già conoscere dalla cronaca, però evita di trasformare l’ultima parte in una ricostruzione spettacolare della violenza. Il vero punto d’arrivo è il dolore lasciato nella vita quotidiana di chi lo amava.
Attenzione: da qui in poi ci sono spoiler sul finale de La città dei vivi.
Come finisce La città dei vivi?
Nel finale la storia supera il momento del delitto e si concentra sulle conseguenze. La morte di Luca non viene usata come un colpo di scena da spiegare: è una frattura che cambia definitivamente la vita della sua famiglia e di Marta.
La sequenza più importante arriva quando i familiari e Marta si ritrovano attorno a un tavolo. Il problema non è capire che cosa sia successo materialmente a Luca, ma trovare un modo per continuare a parlare di lui senza lasciare che il modo in cui è morto cancelli la persona che era stata prima.
Perché l’ultima scena è a tavola?
La tavola riporta tutto in uno spazio ordinario. Dopo una vicenda diventata di dominio pubblico, il film torna nel luogo più privato possibile: una famiglia che deve convivere con un’assenza.
È qui che il finale prende posizione. Luca non viene ridotto al “caso” che ha riempito giornali e cronaca. Il ricordo passa attraverso le persone che lo hanno conosciuto, i gesti normali, le relazioni e perfino la difficoltà di pronunciare certe parole.
Cosa significa il finale?
Il significato dell’ultima parte è coerente con tutto il film: raccontare Luca da vivo prima che da vittima. Gabbriellini non costruisce un giallo e non cerca una risposta psicologica definitiva alla violenza. La domanda che resta è un’altra: che cosa succede a una persona quando la sua identità pubblica viene assorbita dalla propria morte?
Il finale prova a restituire a Luca uno spazio diverso. Per questo la scena conclusiva pesa più della ricostruzione del fatto di cronaca: riporta lo sguardo su chi deve continuare a vivere con quel ricordo.
Il film mostra la morte di Luca?
Il film non punta sulla rappresentazione grafica della violenza. La vicenda reale resta il punto di rottura della storia, ma la regia sceglie di lavorare soprattutto sul prima e sul dopo, evitando di trasformare il dolore in spettacolo.
Se vuoi ricostruire il contesto reale e il rapporto con il libro di Nicola Lagioia, sul sito trovi anche La città dei vivi: storia vera, libro e cosa racconta il film.
Perché il film si chiama La città dei vivi?
Il titolo arriva dal libro di Nicola Lagioia, ma nel film assume un significato molto diretto: la storia riguarda una morte, eppure il racconto insiste continuamente sui vivi. Sui genitori, su Marta, sugli amici, sui luoghi di Roma e sulla memoria che continua dopo la tragedia.
È anche per questo che l’ultima scena non cerca una rivelazione. La conclusione sposta l’attenzione dalla spiegazione del male alla responsabilità del ricordo.
La città dei vivi è tratto da una storia vera?
Sì. Il film è liberamente tratto dall’omonimo libro di Nicola Lagioia e prende le mosse dalla vicenda reale di Luca Varani. La scheda di Filmitalia conferma il legame con il romanzo, la regia di Edoardo Gabbriellini, il cast e l’uscita italiana del 1° ottobre 2026.
Il punto, però, è che il film non vuole sostituirsi al libro né alla cronaca. Il finale chiarisce proprio questa scelta: La città dei vivi termina ricordando che dietro una storia conosciuta da tutti c’era una vita che apparteneva prima di tutto alle persone che la condividevano.
Per seguire il contesto dell’uscita puoi recuperare anche la nostra guida ai film di Venezia 2026 arrivati in Italia e la panoramica sulle uscite della settimana al cinema.

Entra nella conversazione
Condividi il tuo punto di vista: non serve creare un account. I contributi restano soggetti alla moderazione editoriale.