L’isola dei ricordi è uno dei film DreamWorks più liberi e visivamente audaci degli ultimi anni. Joel Crawford e Januel Mercado trasformano una storia di amicizia e separazione in un’avventura che mescola folklore filippino, sensibilità anime, commedia fisica e un’idea narrativa semplice ma efficace: cosa resta di un rapporto quando perfino i ricordi condivisi iniziano a svanire?
Il risultato è un film molto ricco, a tratti persino sovraccarico, ma capace di usare il caos come linguaggio emotivo. La forza principale non è la quantità di creature o trovate visive, bensì il rapporto tra Jo e Raissa. Il limite è l’opposto: quando il film accumula gag, deviazioni e stimoli senza lasciare abbastanza spazio ai momenti più intimi, il ritmo rischia di diventare affannoso.
L’isola dei ricordi recensione: in breve
- Voto: 8/10
- Punto di forza: l’amicizia tra Jo e Raissa, costruita come un rapporto che cambia invece di essere semplicemente messo alla prova.
- Cosa funziona: animazione, identità culturale, regia visiva e uso della memoria come tema narrativo.
- Limite principale: l’energia quasi continua comprime alcuni passaggi emotivi che avrebbero meritato più silenzio.
- Spoiler: questa recensione evita rivelazioni decisive sul finale.

Un’amicizia che non viene trattata come una favola immobile
La premessa ufficiale, presentata anche da DreamWorks Animation, parte da Jo e Raissa, amiche fin dall’infanzia e ormai vicine a imboccare due strade differenti dopo il diploma. Il portale verso Nakali arriva proprio nel momento in cui entrambe devono affrontare una domanda molto concreta: un legame può sopravvivere quando la vita smette di procedere nello stesso modo per entrambe?
È qui che L’isola dei ricordi trova il suo elemento più interessante. L’avventura fantastica non sostituisce il conflitto emotivo, lo materializza. Perdere i ricordi diventa la versione estrema di una paura comune: quella di allontanarsi da qualcuno fino a non riconoscere più la persona che si era insieme.
Il film evita così di presentare l’amicizia come qualcosa che deve rimanere identico per essere autentico. Jo e Raissa funzionano perché sono diverse e perché il loro rapporto attraversa attrito, paura e cambiamento. È una lettura più adulta di quanto la superficie coloratissima possa suggerire.
La regia trasforma Nakali in un luogo mentale
Crawford e Mercado arrivano dal team creativo de Il Gatto con gli stivali 2: L’ultimo desiderio, e la parentela visiva si sente nella libertà con cui il film modifica ritmo, prospettiva e densità dell’immagine. Qui però la stilizzazione non è soltanto un marchio grafico. Nakali cambia insieme alla percezione delle protagoniste e diventa una specie di archivio emotivo instabile.

Il film alterna colori saturi, deformazioni, accelerazioni e passaggi più contemplativi. L’influenza dell’animazione giapponese è evidente, ma non sembra un semplice esercizio di imitazione. Viene inglobata in una grammatica occidentale da grande produzione DreamWorks, con una cura particolare per il movimento dei personaggi e per la leggibilità dell’azione.
Il confronto con Il robot selvaggio è utile soprattutto per capire la direzione dello studio. Anche qui l’animazione cerca una personalità visiva riconoscibile invece di limitarsi al fotorealismo. L’isola dei ricordi è più rumoroso, più spezzato e meno contemplativo, ma condivide la volontà di usare lo stile come parte del racconto.
Folklore filippino senza funzione ornamentale
La specificità culturale è uno dei motivi per cui il film riesce a differenziarsi. Nakali è popolata da figure provenienti dalla mitologia filippina, tra cui la Manananggal, ma il film non le tratta come semplici mostri da catalogo. Sono elementi di una memoria familiare e culturale che Jo e Raissa hanno ereditato attraverso le storie ascoltate da bambine.

Questa scelta dà peso alla minaccia della perdita di memoria. Dimenticare non significa soltanto perdere episodi privati, ma anche spezzare il legame con le storie da cui si proviene. Il film riesce quindi a sovrapporre memoria individuale e memoria culturale senza trasformare il racconto in una lezione.
La versione originale può contare sulle voci di H.E.R. e Liza Soberano per Jo e Raissa, con Dave Franco, Jenny Slate, Manny Jacinto, Dolly de Leon, Jo Koy, Ronny Chieng e Lea Salonga nel cast. Il trailer italiano ufficiale di Universal Pictures International Italy conferma inoltre l’uscita italiana del 24 settembre 2026.
Il ritmo è il pregio e il difetto del film
La stessa energia che rende L’isola dei ricordi imprevedibile è anche il suo limite più evidente. Per lunghi tratti il film sembra voler riempire ogni secondo di un’idea, una gag, una creatura o un cambiamento visivo. Questa densità funziona quando deve restituire la confusione di Jo e Raissa, ma finisce per ridurre il peso di alcuni passaggi emotivi.
Il problema non è la comicità in sé. Raww e gli altri comprimari permettono spesso al film di alleggerire la tensione senza sabotarla. Il punto è che le scene più intime avrebbero guadagnato da qualche pausa ulteriore. Quando Crawford e Mercado si concedono quei momenti, il film trova una sincerità che non ha bisogno di effetti aggiuntivi.
Jo e Raissa sono più importanti della mitologia
La scelta più riuscita è non lasciare che Nakali diventi protagonista al posto delle due ragazze. Anche quando il film introduce nuove regole, creature e minacce, la bussola resta il loro rapporto. Jo reagisce alla separazione cercando di trattenere, Raissa deve accettare che cambiare vita non significa necessariamente cancellare ciò che è stato.

È in questa opposizione che la sceneggiatura trova la sua idea migliore: la memoria non viene trattata come un museo da conservare intatto, ma come qualcosa che cambia significato mentre cambiamo noi. Il rischio della storia non è soltanto dimenticare il passato, ma rimanerne prigionieri per paura di affrontare il futuro.
Questo rende il film più interessante di una semplice avventura sul valore dell’amicizia. La domanda non è se Jo e Raissa si vogliano bene, ma se siano in grado di accettare che un rapporto possa trasformarsi senza perdere il proprio valore.
Comparto tecnico e musica
L’animazione è il settore più forte. Le transizioni tra ambienti, il design delle creature e la gestione delle sequenze d’azione mostrano una produzione tecnicamente molto sicura. La palette cromatica è intensa ma non casuale: i colori cambiano funzione a seconda che Nakali venga percepita come spazio di meraviglia, minaccia o perdita.
Anche la musica contribuisce all’identità del film senza diventare un semplice accompagnamento. La componente sonora lavora sulla nostalgia degli anni Novanta e sull’energia delle due protagoniste, sostenendo soprattutto i passaggi in cui l’avventura deve sembrare simultaneamente familiare e straniante.
Vale la pena vedere L’isola dei ricordi?
Sì, soprattutto se cerchi un film d’animazione capace di usare una grande produzione per raccontare un legame molto specifico. L’isola dei ricordi non è perfettamente equilibrato e in alcuni momenti sembra temere il silenzio, ma ha identità, inventiva e un nucleo emotivo solido.
Il suo pregio maggiore è riuscire a parlare di amicizia senza congelarla in una formula rassicurante. Jo e Raissa devono capire che ricordarsi non significa restare uguali. Ed è proprio questa idea, più delle creature e degli effetti, a rendere il film memorabile.


Entra nella conversazione
Condividi il tuo punto di vista: non serve creare un account. I contributi restano soggetti alla moderazione editoriale.