Mark Ruffalo ha respinto l’accusa di antisemitismo formulata da Paramount dopo le sue critiche alla proposta fusione con Warner Bros. Discovery. L’attore sostiene che le sue parole riguardino le scelte politiche del governo israeliano, i contratti tecnologici e il ruolo degli Ellison nell’operazione, non la comunità ebraica. Lo scontro aggiunge una dimensione pubblica a un affare da circa 110 miliardi di dollari già contestato sul piano antitrust.
Mark Ruffalo e Paramount, cosa ha detto l’attore dopo l’accusa

Ruffalo ha definito l’accusa “sconcertante e fondamentalmente disonesta”, sostenendo che criticare un governo, un contratto militare o i dirigenti che lo forniscono non equivalga a colpire un gruppo religioso. Ha inoltre ribadito rispetto per le persone ebree e ha separato esplicitamente la propria posizione politica da qualsiasi ostilità identitaria.
Il confronto era iniziato dopo alcuni interventi social dell’attore contro l’operazione guidata da David Ellison. Ruffalo aveva collegato le proprie obiezioni al ruolo di Oracle, cofondata da Larry Ellison, e ai rapporti dell’azienda con il settore militare israeliano, usando anche i termini “genocidio” e “apartheid” per descrivere la guerra e il sistema politico da lui contestato.
Paramount ha reagito sostenendo che quel linguaggio evocasse tropi antisemiti e chiedendo di abbassare i toni. Ruffalo ha risposto riportando il discorso su concentrazione proprietaria, libertà editoriale e posti di lavoro. La presa di posizione si inserisce in un’attività pubblica già frequente per l’attore, come mostrato anche dalla sua lettera a Papa Leone XIV nel 2026.
La fusione Paramount-Warner Bros. resta bloccata dal contenzioso
Il dibattito non riguarda soltanto le dichiarazioni di Ruffalo. Il Dipartimento di Giustizia della California guida una coalizione di 12 procuratori generali che ha citato in giudizio Paramount e Warner Bros. Discovery, sostenendo che la fusione possa ridurre la concorrenza, incidere sui prezzi e restringere il numero di operatori nel cinema e nella televisione statunitense.
Il quadro regolatorio resta particolare. Il Dipartimento di Giustizia federale ha chiuso la propria indagine il 12 giugno 2026, affermando di non aver trovato elementi sufficienti per ritenere probabile un danno alla concorrenza nei settori streaming, televisione lineare e distribuzione cinematografica. Gli stati hanno però avviato una causa separata il mese successivo.
La contestazione coinvolge anche il lavoro creativo. Nei documenti societari Paramount risulta una causa antitrust separata promossa dalla Writers Guild of America West e dalla Writers Guild of America East, poi coordinata con quella degli stati. Per i sindacati il rischio riguarda la riduzione della domanda di contenuti e delle opportunità professionali, mentre Paramount sostiene che l’operazione rafforzerà la capacità di competere con gruppi come Netflix e Disney.
Un accordo giudiziario del 24 luglio impedisce alle due società di chiudere la fusione o integrare le attività fino al 1° giugno 2027 oppure fino a una decisione del tribunale, se precedente. La posta industriale comprende Warner Bros., HBO e CNN, asset che spiegano perché il confronto abbia superato il perimetro di una normale operazione societaria.
Oracle, libertà editoriale e il nuovo fronte dello scontro
Ruffalo concentra una parte delle critiche sul rapporto tra la famiglia Ellison, Oracle e il futuro controllo di grandi marchi informativi e audiovisivi. È una posizione politica dell’attore e non una conclusione del procedimento antitrust. La questione legale aperta riguarda la concorrenza e gli effetti della fusione, mentre le accuse sull’influenza editoriale restano parte del dibattito pubblico.
Anche la risposta di Paramount va mantenuta distinta dal merito giudiziario. Lo studio contesta il linguaggio utilizzato da Ruffalo e sostiene che il dibattito sulla fusione debba essere valutato sui criteri legali dell’operazione. L’attore, invece, chiede che siano esaminate anche le conseguenze per lavoratori, informazione e concentrazione del potere mediatico.
La prossima fase dipenderà quindi meno dallo scontro personale e più dai tribunali e dai negoziati tra le parti. Per Hollywood il risultato inciderà sul numero dei grandi studi indipendenti, sulla gestione di HBO e CNN e sulla strategia streaming dei gruppi coinvolti. Finché il contenzioso resta aperto, la fusione Paramount-Warner Bros. continua a essere un dossier industriale e politico senza esito definitivo.