Il film più atteso dell’anno arriva finalmente al cinema, il 12 febbraio. Stiamo parlando di “Cime Tempestose“,(importante sottolineare le virgolette), il riadattamento in chiave moderna al famoso romanzo della scrittrice britannica Emily Brontë. Diretto da Emerald Fennel con protagonisti Jacob Elordi e Margot Robbie.

Dopo un press tour che ha infiammato i social, tra i video dei look artefatti e gotici di lei, e rapiti dalla chimica un pò forzata e provocatoria tra i due attori australiani. Un film con un ottima operazione di marketing, che esce nelle sale proprio in concomitanza con l’evento di San Valentino. Un prodotto a doc per sfondare il botteghino, con la premessa di una travolgente e erotica storia d’amore, come non l’avevate mai vista.






“Cime Tempostose”: attenti a quelle virgolette
Sottolineare le virgolette del titolo del film, è importante, per evitare fraintendimenti e arrivare a conclusioni affrettate e superficiali. Come già a dichiarato più volte dalla regista, non si tratta di un riadattamento al romanzo o di una nuova versione. Il film prende come espediente la storia tra Catherine e Heathcliff e ne analizza la parte forse, più viscerale e ossessiva, quando il sentimento dell’amore diventa, sete di passione e desiderio.

La storia d’amore più emozionante e travolgente di sempre, prende forma in una visione più dark e quasi ontologica. La pura e mera interpretazione di una lettrice e il suo sogno di dare vita alle sue fantasie più personali e intime. Dallo stile inconfondibile della regia, che si plasma su più tecnicismi diversi, che racchiudono però delle simbologie e metafore legate a questo amore quasi maniacale e distruttivo dei due protagonisti.

Rileggere il romanzo, in attesa dell’uscita del film, è quasi inutile. Poiché per antonomasia il mito della storia viene decostruito e riadattato ad una esegesi più sentimentale e commerciale. Seppur l’intento e il messaggio, diviene una formula di buoni intenti e ideali, tra cui quello che un racconto non è mai chiuso in un solo significato, ma vive di chi legge, che lo fa proprio.
Cime Tempestose, provoca e divide: e voi ci state cascando!
Eppure questo non è abbastanza, per placare le numerose critiche e l’accanimento verso un film che rimane tale, una semplice e mera trasposizione di una storia con un’espedente e un campione preso da una vicenda già scritta, già conosciuta e amata. Il modo miglior per provocare e far parlare di sè, perché questo è l’intento di Cime Tempestose.

Dividere la massa, provocare shitstorm sui social e promuovere al massimo un film, che nell’epoca attuale del cinema, vive e si afferma solo tramite un’ottima imposizione sui media. Una vera e propria tempesta mediatica in tutti i sensi e voi ci state cascando!
Dalla scelta degli attori, che sin dalle prime conferme hanno sbigottito e diviso il popolo di internet. Poiché totalmente lontani dalle caratteristiche e dalle fisionomie descritte dalla Brontë nel suo romanzo. Già qui, si intuiva la forte provocazione della regista e del film alla società contemporanea. Non piegandosi alla formula del politicamente corretto. Dissacra e sconfina le caratteristiche fornite dal romanzo, prendendo Elordi, attore bianco di fama hollywoodiana, in contrasto con la caratterizzazione letteraria di Heathcliff, presentato nel testo come scuro di pelle.
Un’operazione non casuale, rivolta esclusivamente alla buona riuscita del prodotto sul mercato puntando a stelle già affermate e amate dal pubblico. Come lo stesso Jacob Elordi, punta del cinema americano e attore del momento. Al suo fianco, non una scelta casuale, anche in questo caso per la protagonista femminile si ribalta ogni descrizione già delimita nel romanzo. Catherine da castana scura diventa bionda, e con occhi azzurri (nel testo sono scuri).


Questo mette in mostra la libertà e il coraggio della regista, che decide di andare contro tutto e tutti, pur di portare sullo schermo la sua più sincera e profonda interpretazione della storia. E ovviamente non si fa mancare un cast d’eccellenze.
Cime tempestose: e tu cosa faresti per amore?
Il film pone al centro una lunga e dissacrante riflessione sulle sfumature dell’amore. Prendendo il sentimento che distrugge e logora i protagonisti di Cime Tempestose. Fin da sempre cresciuti insieme, in contesti diversi, e legati da un bene primordiale di amicizia e affetto.

Ma con il tempo tale sentimento muta, e affronta varie fasi sino all’esplosione dei due, in una sfida pericolosa e ossessiva l’uno nei confronti dell’altra. Dalle vicissitudini un pò rielaborate del romanzo ad un viaggio complesso e intimo dei personaggi, e il legame che indissolubilmente li condannerà per sempre.

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Cime Tempestose è un’intercalare di quesiti, collegati alla ricerca quasi compulsiva dei riferimenti al romanzo. Ma le istruzioni per vederlo al cinema e lasciarvi andare completamente alla visione sono chiare e precise: chiudete il romanzo, riponetelo sul comodino e preparatevi esclusivamente per godere (si scherza) di una emozionante e travolgente storia d’amore.
In funzione di una messa in scena che regala bene o male, i due punti di vista dei protagonisti. Senza troppi aforismi o dialoghi struggenti, perché ripetiamo insieme il film vige da trasposizione intrinseca e provocatoria alla nuova società contemporanea. La parola d’ordine: amore. In tutte le sue sfaccettature, i lati più oscuri e carnali, e la minaccia di distruzione interiore di chi varca tali confini.
Cime Tempestose e la simbologia dei luoghi
Nel film ogni riferimento simbolico dei luoghi non è involontaria. Infatti la fotografia e la scenografia nascondono un’altro linguaggio comunicativo e psicologico. Dagli esterni che vengono mostrati nella realtà più naturale e vivida possibile. Al centro la natura dello Yorkshire, in particolare le brughiere e i paesaggi selvaggi e ventosi che nascondono per ossimoro, la purezza e l’amore giovanile dei due protagonisti.

Simboleggiando la prima fase di infatuazione tra i due. Un sentimento, ancora puro, spontaneo e libero da condizionamenti sociali. Qui, nella vastità delle brughiere si riflette l’origine del loro amore, innocente e viscerale quasi. Nato da un rapporto di vincolo sociale, che si trasforma col tempo in protezione e riparo sia per l’uno che per l’altro.
Inoltre la natura, racchiude nell’inquadrature ancora la purezza delle loro anime. Ribelli, sincere e umili. Qui, la quiete prima delle tempesta. Quando le differenze sociali e l’ambizione hanno la meglio sul loro legame.

La seconda fase, vede protagonisti gli interni. In una messa in scena pop e metafisica quasi, sopratutto la dimora elegante e raffinata della famiglia Lindon, Thrushcross Grange. Una volta entrata, Cathy verrà completamente risucchiata da quei soffitti alti, soffocanti e che metaforicamente la rinchiudono come se fosse in una scatola. E tale presentimento trapassa attraverso le schermo, rendendo lo stesso spettatore partecipe di tale prigionia.

La stessa protagonista sembra rinchiusa dentro il suo stesso corpo, intrappolata da una vita che ha sempre aspettato ma che non la anima e non la rende felice, allo stesso modo di quella con HeathCliff. Il suo desiderio rimane chiuso lì, vacilla nelle grandi stanze artefatte costruite dal marito, quello che davvero desidera non c’è, e forse non sarebbe mai stato possibile da realizzare.

Tale processo, personale e sentimentale traspare in maniera chiara e delimitata dall’uso della regia sino alla scenografia. Evidenziando ciò che muta nel tempo; il rapporto, la comunicazione e l’ossessione che lega i due. Catherine sembra quasi sospesa in una bolla senza tempo, in un istante lontano dalla realtà, immersa nella sua immaginazione nell’attesa che Heathcliff faccia ritorno nella sua vita.
Un mix di stili confusionari e contrastanti: ma che funzionano
Una matrioska di generi stilistici che ricalcano le ombre di grandi registi, dalla plasticità degli scenari e della regia di Greta Gerwig, alla messa in scena metafisica di Lathimos sino all’erotico bridgertoniano. Cime Tempestose trova rifugio in contorni pop e moderni, con qualche sfumatura più dark e fantasy.

Visivamente la regia è quasi confusionaria, proponendosi come una cozzaglia di stili e impronte diverse. Lo stesso scenario in giardino, a Thrushcross Grange sembra essere, la copia spudorata e modificata, del finale di Povere Creature, dove Bella Baxter si trova all’esterno con gli altri protagonisti.
E poi, oggetti metafisici, come la fragola gigante, e dettagli bizzarri e quasi arcani, come le bambole di pezza e la miniatura della casa dove Catherine è rinchiusa. Ma tutto questo è parte di un messaggio preciso, sottolineare la completa alienazione della protagonista nel luogo dove vive, diventando una marionetta di quella vita infelice e finta.

Ad amplificare ancora di più la bolla fatata dove si trova la protagonista, sono i costumi. Vaporosi, colorati e quasi incantati. Tanto che a tratti, vi si sembra catapultati nuovamente in Barbie, poiché le vibes sono proprie quelle. Ma in questo caso i costumi rientrano nella trasposizione moderna regalandoci le bellissime e straordinarie creazioni realizzate dalla due volte premio Oscar Jacqueline Durran.


Tra desiderio e delusione: l’erotismo che non c’è
Presentato come il film più passionale ed erotico degli ultimi anni, o almeno così traspare dal trailer, a primo impatto si dimostra non esserlo. Di scene impudiche ed erotiche c’è ben poco. E la chimica tra i due protagonisti sembra quasi inesistente o forzata. Seppur come coppia, buchino lo schermo ugualmente, dalla presenza sino al nome che li precede.

Ma vi si aspettava di più, poiché le premesse erano tante e i risultati ad opera compiuta, sono scarsi. Il film principalmente si regge sulle spalle di Elordi, in quanto le varie fasi di questo amore tormentato e sventurato mutano tramite le presenza o non del protagonista. Dall’inizio sino alla fine, dove in un’emozionante dialogo piange l’amata sul letto di morte. Tale trasposizione, a questo punto poteva essere benissimo, la storia di Heathcliff, e basta visto che il film lo porta avanti lui per buona parte del minutaggio.

Cime Tempestose: più rumore che qualità
“Cime Tempestose” si configura, prima ancora che come opera cinematografica, come un’abile operazione di marketing. Il film è riuscito a catalizzare l’attenzione molto tempo prima della sua uscita in sala, costruendo attorno a sé un’aura di attesa e curiosità. La strategia comunicativa, tra trailer suggestivi e un’estetica fortemente riconoscibile ha alimentato il dibattito, presentando l’opera come una rilettura audace e contemporanea di uno dei miti letterari più celebri di sempre.

In questo senso, il progetto rappresenta indubbiamente un atto di coraggio: la regista si assume la responsabilità di confrontarsi con un testo canonico, scegliendo non la via dell’adattamento fedele, ma quella della reinterpretazione personale. La sua visione emerge con libertà e sincerità, rifiutando la reverenza nei confronti dell’opera originale per proporre una prospettiva autonoma, filtrata attraverso una sensibilità moderna.
Tuttavia, il film finisce per sovvertire (forse involontariamente), le aspettative create dalla sua stessa campagna promozionale. Dal trailer iniziale che suggeriva una componente fortemente erotica e passionale, alla visione finale del prodotto dove questa dimensione appare quasi del tutto assente: non solo manca l’esplicitazione fisica, ma soprattutto difetta la tensione e la chimica emotiva e sensuale tra i due protagonisti. Risultando debole, privando la narrazione di quell’intensità viscerale che dovrebbe costituirne il fulcro.

Sul piano registico, invece, l’opera mostra maggiore solidità. L’uso dei colori è armonico e coerente, capace di intrecciare suggestioni gotiche con elementi pop e venature fantasy, costruendo un immaginario visivo stratificato e riconoscibile. La scenografia, curata e simbolica, contribuisce a rendere tangibile la dimensione emotiva della storia: gli spazi diventano estensione dei sentimenti dei personaggi, riflettendone la plasticità e le contraddizioni.
Ne risulta un film che colpisce più per la sua confezione estetica e per l’operazione comunicativa che rappresenta, che per la forza drammatica del racconto o per la profondità della relazione al centro della vicenda.
