12 Soldiers, la risposta cinematografica all’attacco dell’11 settembre

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Nicolai Fuglisg porta al cinema il best seller di Doug Stanton, Horse soldiers, che racconta la reazione nordamericana all’attentato alle torri gemelle di New York

La locandina del film recita: “12 uomini. 50000 nemici. Una storia vera” e solo da qui si capisce in cosa ci stiamo per imbattere. Il topos dei buoni soli contro tutti non è certo una novità nel cinema, nei fumetti, ecc.

Siamo all’indomani dell’attentato alle torri gemelle del 2001. L’esercito degli Stati Uniti pensa a una contromossa immediata per spezzare le reni ad Al-Qaeda. Si tratta di andare in Afghanistan per una missione pericolosissima e con poche possibilità di tornare vivi. Naturalmente, si offrono immediatamente dodici eroici volontari. Il numero forse non è casuale; rimanda ai 12 apostoli, le 12 tribù d’Israele, le 12 fatiche di Eracle, i 12 Titani, i 12 dèi dell’Olimpo, i 12 paladini di Carlo Magno. Un numero importante, mica come il 7: 7 nani, 7 note, 7 mari, ecc.

Però, in 12 contro 50000 nemmeno Tex Willer avrebbe una possibilità. Allora le mosse geniali sono due: prima di tutto a interpretare il comandante dell’unità speciale Alpha 595 Mitch Nelson è nientemeno che Thor, in arte Chris Hemsworth. Poi i 12 si alleano col bieco Abdul Rashid Dostum, signore della guerra uzbeko, anch’egli fiero nemico dei talebani. Così i 12, abituati alle ipertecnologiche armi made in USA, dovranno affrontare una guerra tattica con cavalli, cammelli e con le armi dei ribelli afgani. Inutile dire che fra gli alleati si creerà una stima reciproca, ecc. ecc.

In sintesi, questa storia vera, come dice la locandina, è tratta da un best seller. Fra l’altro, il libro aveva già un ottimo titolo, ma è stato cambiato in 12 strong ed è stato rimodificato nella versione italiana in 12 soldiers. E noi ci chiediamo: perché, se tanto il titolo rimane in inglese? Il finale è scontato, quindi non ci sarà certo la tensione alle stelle.

Quale potrebbe essere un buon motivo per andare al cinema a vedere l’ennesima autocelebrazione delle forze armate statunitensi?

Forse il regista. Questo regista danese semisconosciuto, Nicolai Fuglsig, ha realizzato un efficace documentario, a fine anni novanta, quando era in Kosovo come fotografo di guerra. Una guerra vera. Sa di cosa si parla e ha avuto a disposizione 35 milioni di dollari, che sono un sacco di soldi, coi quali si può fare molto; due validi motivi per fare un buon lavoro.

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