(Nel momento in cui scrivo, The Order è al 5° posto dei titoli più visti su Prime Video).
Cosa Nostra, Ku Klux Klan. Il burnout. La voglia di scappare, di alleggerire il carico di lavoro. A sentire gli sceriffi del luogo, l’unico crimine tra i paesaggi incontaminati delle Montagne Rocciose dell’Idaho è la pesca delle trote senza licenza. Decisamente poco per il curriculum di Terry Husk, primo agente FBI a mettere piede nell’ufficio distaccato di Coeur d’Alene da parecchio tempo. Ma tant’è, chissà che tra laghi e vallate possa trovare la pace bramata, con moglie e figlie che dovrebbero raggiungerlo prima o poi nel noioso paradiso naturale degli Stati Uniti nord-occidentali.
Scaltro ma impulsivo, il protagonista di The Order appare da subito segnato dagli anni di servizio, a cui ha certamente dedicato le migliori energie della vita. Un Jude Law, dunque, cupo e malinconico, che non lesina scatti d’ira, accompagnati da frequenti fenomeni di epitassi, con il sangue che insozza camicia e baffi a rendere più viva la tragicità delle indagini.
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Perché sì, ovviamente il Nostro non si occuperà di manigoldi da fauna ittica. Visti i volantini White Power che infestano le bettole della cittadina, infatti, le attenzioni di Husk si spostano sull’Aryan Nations, organizzazione fondata negli anni ’70 da Richard Butler (Victor Slezak) che combina il credo nazista con quello cristiano, costola della cosiddetta Church of Jesus Christ-Christian.
Siccome, però, anche nelle parrocchiette suprematiste vige la legge del più puro che ti epura, il reale antagonista dell’opera, come da titolo, è un altro: The Order. Movimento scissionista guidato da Robert Jay Mathews (Nicholas Hoult), esso condivide gli obiettivi dell’Aryan Nations, ma si caratterizza per un livello di scontro portato al parossismo, tra rapine in banca, assalti a portavalori e contraffazione di denaro, oltre che assassinii.
Tutte azioni finalizzate a costituire un esercito, per l’attuazione della fase 6 di The Turner Diares: abbattere il governo degli Stati Uniti, per edificare una nazione di razza bianca.
The Order, crudezza e anticlimax
Tratta da una storia vera, la pellicola diretta da Justin Kurzel ha l’ambizione di tendere al realismo, senza risparmiare crudezza nelle immagini portate a schermo.
E così, tra svastiche e croci infuocate, ecco il fumo dei fori di proiettile uscire dal petto, o il catalogo di insulti antisemiti rivolti ad Alan Berg (Marc Maron), conduttore radiofonico liberal crivellato il 18 giugno 1984.
Le musiche in sottofondo, poi, acuiscono il senso di disagio e straniamento dei personaggi, a partire da quello di Jude Law, perfettamente calato nel ruolo.
Un’atmosfera di sangue, come detto, diluita da panorami mozzafiato e lunghe distanze, con una violenza rurale aliena alla frenesia delle grandi metropoli, nonostante possa colpire financo a Seattle o a Denver.
Tra omertà e nichilismo, insomma, The Order dipana per due ore un microcosmo di odio e risentimento, con suggestioni che richiamano le ali più estreme del cospirazionismo pro-Trump odierno, sebbene Proud Boys & Friends siano un fenomeno più trasversale e variegato del tradizionale razzismo White Power.
Un giallo di cui si conosce il colpevole, quindi, una trama lineare priva di mistero, ma non per questo meno interessante, nonostante l’assenza di colpi di scena che possano stupire il pubblico per davvero.
Forse ciò pesa un filo nella seconda parte, una volta capita l’antifona, con le scorribande da gangster che pian piano si accumulano, quasi fossero l’una la brutta copia della precedente, nel paradosso di un climax criminale a cui si accompagna una decrescita della tensione.
Di sicuro, tuttavia, su Prime Video c’è ben di peggio. Tutto sommato, di conseguenza, direi che il vecchio Jude ha superato la prova.
The Order, note finali
In conclusione alla recensione, per spirito di completezza, citerei The Silent Brotherhood di Kevin Flynn e Gary Gerhardt, il saggio del 1989 su cui è basato The Order.
Aggiungo poi, e mi taccio, che il nostro film di giornata è stato in concorso per il Leone d’Oro 2024, premio vinto da Pedro Almodóvar con La Stanza Accanto.