Resident Evil reboot cambia direzione: Zach Cregger vuole riportare la saga cinematografica verso il survival horror, lasciando da parte i protagonisti storici dei videogiochi. Al centro del nuovo film ci sarà Bryan, interpretato da Austin Abrams, un uomo comune travolto da un incubo che non sa gestire.
Il regista ha paragonato il percorso del protagonista a quello di Frodo ne Il Signore degli Anelli: non un combattente addestrato, ma una persona fragile chiamata ad attraversare un territorio ostile. È una scelta netta, soprattutto per un franchise che al cinema è stato spesso associato ad azione, armi e mutazioni spettacolari.
Resident Evil reboot: perché Zach Cregger cita Frodo

Nel Resident Evil reboot, Bryan non è Leon Kennedy, Jill Valentine o Chris Redfield. È un corriere medico senza esperienza nel combattimento, spinto dentro un contagio fuori controllo. Il paragone con Frodo serve a chiarire il tono: meno eroe invincibile, più sopravvivenza, paura e vulnerabilità.
La scelta si lega alle origini videoludiche della serie Resident Evil di Capcom, nata nel 1996 e diventata uno dei marchi più riconoscibili del survival horror. Nei primi capitoli, il senso di pericolo nasceva anche dalla scarsità di risorse: poche munizioni, ambienti chiusi, enigmi e la sensazione di essere sempre in svantaggio.
Cregger sembra voler recuperare proprio quella sensazione. Il nuovo protagonista non entra in scena come specialista militare, ma come corpo estraneo dentro Raccoon City. È un cambio di prospettiva che si avverte già nel modo in cui il film viene presentato, vicino allo spirito mostrato nel teaser trailer di Resident Evil.
Bryan al posto di Leon: cosa cambia per la saga horror

La decisione di non usare gli eroi più noti dei videogiochi è rischiosa. Leon, Claire, Jill e Chris sono nomi centrali per il pubblico di Capcom, ma portarli ancora una volta al cinema avrebbe obbligato il film a confrontarsi con aspettative molto rigide. Bryan permette invece di raccontare una storia laterale, interna all’universo di Resident Evil ma meno vincolata al canone.
Secondo le informazioni emerse, il personaggio interpretato da Austin Abrams è un corriere medico coinvolto nell’epidemia durante eventi collegati a Resident Evil 2. La trama dovrebbe quindi muoversi accanto al materiale noto, senza riscrivere direttamente il percorso dei protagonisti storici.
Questo approccio può funzionare se il film userà Bryan come punto di accesso per lo spettatore. Un personaggio impreparato rende ogni incontro più minaccioso: una porta chiusa, un corridoio, una creatura nell’ombra hanno un peso diverso se chi guarda sa che il protagonista non ha strumenti né addestramento per cavarsela facilmente.
Zach Cregger e il ritorno al survival horror

Zach Cregger arriva al progetto dopo Barbarian e Weapons, due titoli che hanno consolidato il suo profilo nel cinema di genere. Il Resident Evil reboot è scritto da Cregger con Shay Hatten e coinvolge Sony, Constantin Film e PlayStation Productions. Il budget indicato da più fonti internazionali è di circa 80 milioni di dollari, cifra che segnala un film da grande sala, non un esperimento laterale.
Il cast comprende anche Zach Cherry, Kali Reis e Paul Walter Hauser. L’obiettivo dichiarato non sembra quello di ripetere la formula dei film con Milla Jovovich, più orientati all’action, né quello di limitarsi alla nostalgia di Resident Evil: Welcome to Raccoon City. Qui il punto è costruire tensione continua attorno a una persona che non dovrebbe trovarsi lì.
Il paragone con altri adattamenti da videogiochi è inevitabile. Capcom ha già diversi marchi in movimento sul fronte cinema, e il caso Street Fighter reboot mostra quanto Hollywood stia cercando nuove formule per trasformare brand videoludici in film riconoscibili anche fuori dalla fanbase.
Il vero banco di prova del nuovo Resident Evil
Il Resident Evil reboot dovrà rispondere a due pubblici diversi. Da una parte ci sono i fan dei videogiochi, spesso critici verso gli adattamenti troppo liberi. Dall’altra c’è chi cerca un horror cinematografico autonomo, capace di funzionare anche senza conoscere ogni dettaglio della Umbrella Corporation o della cronologia di Raccoon City.
Il ritorno alla vulnerabilità è la mossa più interessante. Se Bryan resterà davvero un uomo comune, il film potrà recuperare quella paura fisica e concreta che ha reso Resident Evil un riferimento del genere. Se invece la storia scivolerà verso l’azione muscolare, il rischio sarà quello di perdere proprio la promessa che Cregger sta costruendo.
La domanda ora è quanto coraggio avrà il film nel restare fedele a questa idea: un protagonista fragile, una missione quasi impossibile e un orrore che non aspetta l’eroe giusto, ma travolge la persona sbagliata.