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- La recensione

La dissoluzione della famiglia borghese americana all'alba del 2000: l'ossessione per il lavoro , la droga, il sesso

American Beauty
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Lester e Carolyn Burnham appaiono dall’esterno una coppia perfetta, con una casa perfetta e un vicinato perfetto. In realtà Lester è un uomo, insoddisfatto della sua vita familiare e professionale, che sta cadendo in una sempre più profonda disperazione, quando improvvisamente conosce Angela, un’amica di sua figlia e se ne infatua. Nel frattempo Jane, la figlia di Lester ha conosciuto il loro timido e misterioso vicino di casa Ricky che vive oppresso da una figura paterna ossessiva. La tragedia è dietro l’angolo.

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American Beauty (Id.)

Regia: Sam Mendes; soggetto e sceneggiatura: Alan Ball; fotografia (DeLuxe Color): Conrad L. Hall; scenografia: Naomi Shohan; colonna sonora: Thomas Newman; montaggio: Tariq Anwar, Christopher Greenbury; effetti speciali: John T. Hartigan; interpreti: Kevin Spacey (Lester Burnham), Annette Bening (Carolyn Burnham), Thora Birch (Jane, loro figlia), Wes Bentley (Ricky Fitts), Chris Cooper (col. Frank Fitts, suo padre), Mena Suvari (Angela Hayes), Peter Gallagher (Buddy Kane), Allison Janney (Barbara Fitts), Scott Bakula (Jim Olmeyer), Sam Robards (Jim Berkley); produzione: Dreamworks SKG Pictures/ Jinks Cohen Co.; origine: USA – 1999; durata: 121′

Trama

Connecticut, fine degli anni ’90. Lester Burnham (Spacey), piccolo borghese in crisi di mezza età, ha una moglie (Bening), agente immobiliare ossessionata dagli affari e una figlia adolescente Jane che lo disprezzano. Il nuovo vicino, Frank Fitts, arrogante ex colonnello dei marines in pensione, ha un figlio di nome Ricky che riprende con la videocamera tutte le mosse di Jane, da cui è affascinato. Lester lascia all’improvviso la rivista dove lavora e trova impiego in un fast food, mentre si dedica con maniacale impegno alla propria forma fisica, scolpendo il suo corpo e iniziando a fumare marijuana che gli procura proprio Ricky, spacciatore a tempo perso per accumulare un po’ di denaro e finanziare la sua passione di videoamatore. Carolyn intanto si concede una breve scappatella con il collega e rivale Buddy Kane, mentre Lester si è infatua di Angela, provocante compagna di scuola di sua figlia che recita da donna di mondo. Jane è così scandalizzata che chiede a Ricky, di cui è innamorata, di ucciderlo. Il colonnello, che ha equivocato sui rapporti tra Ricky e Lester, ritenendo che il figlio si prostituisca per l’uomo, picchia duramente il ragazzo (che insieme con Jane fuggirà di casa) e tenta un approccio omosessuale con lo stesso Lester che rifiuta. Carolyn, sconvolta dalla situazione della sua famiglia, torna a casa, pronta a farsi giustizia da sola. Lester riesce a sedurre Angela, ma scopre che è vergine e desiste. Il colonnello, roso dalla vergogna, si avvicina a Lester e gli spara in testa.

Da American Rose ad American Beauty

Lo sceneggiatore Alan Ball, autore di sitcom televisive di successo, coltiva l’ambizione di dedicarsi a scrivere per il cinema. Presenta alla propria agenzia alcune sceneggiature speculative, copioni abbozzati da poter sviluppare grazie all’interesse di una casa di produzione. Per 250.000 dollari la Dreamworks SKG di Steven Spielberg acquista i diritti di American Rose, dramma familiare dalla difficile collocazione commerciale, che però parte da un’idea interessante. Ball così sviluppa il copione che prenderà il nome da una varietà di rosa, l’American Beauty. A proposito del copione Ball dichiara: “Raccontavo di come sta diventando sempre più difficile condurre un’esistenza autentica, vivendo in un mondo che sembra puntare i riflettori sull’apparenza. […] Si vedono così tante persone che si sforzano di vivere una vita costruita e quando poi raggiungono il loro obiettivo si chiedono perché non sono felici. Non mi resi conto di tutto ciò quando mi sedetti a scrivere [American Beauty], ma questi concetti sono importanti per me”. Come regista della pellicola, nonostante contatti con maestri del calibro di Mike Nichols (Il Laureato, Chi ha paura di Virginia Woolf?), la scelta cade su un esordiente, che accetta un compenso da minimo sindacale (150.000 dollari), il regista teatrale Sam Mendes, autore di un innovativo adattamento del celebre Cabaret di Bob Fosse,che con le sue invenzioni visive e la forte personalità convince produttori e sceneggiatore (a Broadway dirige anche il fortunato Blue Room nel quale convince la diva Nicole Kidman a recitare nuda). Per la parte di Lester Burnham la produzione vorrebbe Kevin Costner o Bruce Willis, mentre il ruolo della moglie dovrebbe essere offerto a Holly Hunter (Lezioni di piano) o alla fresca vincitrice del premio Oscar alla miglior attrice protagonista Helen Hunt (Qualcosa è cambiato), ma Mendes sostiene Kevin Spacey, dalle cui performances superlative ne I soliti sospetti e Americani è stato conquistato e Annette Bening. L’intuizione è quella giusta: col regista Spacey studia l’evoluzione del personaggio di Lester, ispirandosi nelle movenze e nel contegno al Jack Lemmon visto ne L’Appartamento di Billy Wilder, sottoponendosi anche ad un allenamento massacrante che incida sul suo fisico, passando da flaccido a tonico durante le riprese; Annette Bening dal canto suo interpreta alla perfezione le nevrosi di una moglie piccolo-borghese votata alla carriera e il gioco è fatto. Le riprese durano più del previsto e il budget iniziale di 8 milioni di dollari viene sforato, ma il film è pronto in meno di due mesi: lo stesso Alan Ball segue minuziosamente ogni ciak, impuntandosi sul montaggio, che alla fine, seguendo le sue indicazioni, mantiene tutte le scene salienti immaginate nella sceneggiatura. American Beauty entusiasma pubblico e critica in patria: viene valutato con rispetto, quasi come un trattato di sociologia, incassando 130 milioni di dollari. Ai Golden Globe il 23 gennaio il film di Mendes raccoglie tre premi, per il film drammatico, la regia e la sceneggiatura. La stampa estera preferisce il Denzel Washington di Hurricane a Spacey e la giovanissima, folgorante Hilary Swank di Boys don’t cry ad Annette Bening, ma i due preparano la rivincita, consolandosi con 2 BAFTA ottenuti in Inghilterra: American Beauty si presenta alla notte degli Oscar con 8 candidature.

American Beauty
Da sinistra Kevin Spacey (Lester Burnham) sogna Angela (Mena Suvari).

Il racconto del redattore

Appuntamento allo Shrine Auditorium di Los Angeles il 23 marzo 2000 per i primi Oscar del nuovo millennio. Una settimana prima della cerimonia le cinquantadue statuette destinate ai vincitori della serata vengono rubate; ricompaiono poche ore prima della diretta tv e l’Academy ricompensa con 50.000 dollari l’uomo che le ha ritrovate in un bidone della spazzatura. Fuori del teatro non mancano le proteste: un nutrito gruppo di antiabortisti contesta il prodotto Miramax, tratto da un romanzo di John Irving (Oscar al miglior adattamento) Le regole della casa del sidro di Lasse Hallström. Il motivo è che il trovatello Homer Wells (Tobey Maguire) è allevato nell’orfanotrofio gestito dal dottor Wilbur Larch (Michael Caine, premiato con l’Oscar come miglior attore non protagonista) che pratica interruzioni di gravidanza: quest’ultimo vorrebbe che Homer seguisse le sue orme diventando medico, ma il ragazzo si allontana per cercare il suo posto nel mondo. Troverà l’amore, lo perderà e tornerà a casa, solo per scoprire la vocazione per la medicina ed ereditare il ruolo del suo mentore. Nella cinquina dei finalisti American Beauty e Le regole della casa del sidro partono quasi alla pari (otto candidature a sette) e si sfidano a colpi di inserzioni pubblicitarie e dichiarazioni acide. Per i fratelli Weinstein: “American Beauty è un film freddo e cinico che fa male ai giovani, mentre il nostro film commuove e riscalda”. Piccata la risposta della Dreamworks, che punta il dito contro la campagna pubblicitaria fraudolenta che presenta il film di Hallström come una storia d’amore. A completare l’elenco The Insider- dietro la verità di Michael Mann, (il regista fa duettare Russell Crowe e Al Pacino: il film è ben costruito, ha ritmo ma le sue sette nomination sfumano), Il miglio verde di Frank Darabont, che ritrova le atmosfere carcerarie e un horror molto originale The sixth sense – il sesto senso che rappresenta la prima incursione agli Oscar di M. Night Shyamalan, con l’attore bambino Haley Joel Osment che “vede la gente morta”. Da segnalare le performance di due future stelle, vincitrici delle statuette da attrice protagonista e non protagonista: Hilary Swank, straordinaria nell’interpretare l’ambiguità di Brandon Teena nel disturbante – anche perchè ispirato a una storia vera – Boys don’t cry (mastica amaro e quasi partorisce in diretta tv Annette Bening, che evidentemente sperava di prevalere) e la figlia d’arte Angelina Jolie, che in Ragazze interrotte ruba la scena alla protagonista Winona Ryder, nella parte di una giovane disturbata e manipolatrice. Tra i riconoscimenti tecnici Il notturno Il mistero di Sleepy Hollow di Tim Burton vince per la scenografia, mentre il promettente e furbo Matrix dei fratelli Wachowski conquista quattro Oscar per il montaggio, il suono e gli strepitosi effetti visivi e sonori; il film avrà due seguiti, che affastelleranno un po’ di tutto puntando sul sincretismo tra mitologia e riferimenti biblici, ma ha il merito (?) di rivoluzionare l’uso degli effetti digitali, proponendosi come vero e proprio cult-movie del nuovo millennio. L’ingegnoso Topsy-Turvy – sotto sopra dell’inglese Mike Leigh, ambientato nell’Inghilterra vittoriana, ottiene le statuette per il trucco e i costumi. Ignorati al solito due delle pellicole più importanti dell’annata come Eyes wide shut, prova estrema di Stanley Kubrick, morto prima di terminarne il montaggio e lo splendido Man on the Moon di Miloš Forman, con Jim Carrey in stato di grazia. La serata si conclude con l’annunciato trionfo di American Beauty (filmato in alto) che porta a casa cinque Oscar di peso per il film, la regia, la sceneggiatura, l’attore protagonista e la fotografia.

Il nostro voto

In conclusione su

L’accorta sceneggiatura di Alan Ball ci proietta in un inferno borghese, dove a regnare sono l’apparenza e la menzogna. L’ossessione per la carriera e la disgregazione della famiglia media americana sono affrontate con ironia e alcune trovate decisamente kitsch dal regista teatrale Sam Mendes. Programmaticamente sgradevole, il film dovrebbe essere un pugno nello stomaco per lo spettatore ma, pur alternando con una certa perizia commedia e toni quasi noir (il narratore è il protagonista morto, come in “Viale del Tramonto” di Billy Wilder), non appare così pungente, anche alla luce di alcune caratterizzazioni banali (l’ex militare omosessuale represso e omofobo). Ottima la fotografia, scolastica la regia che cerca toni poetici con alcune immagini evocative (la minorenne nuda, ricoperta solo di petali di rosa, il sacchetto di plastica agitato dal vento). Grande successo internazionale e 5 Oscar a film,regia,sceneggiatura, attore protagonista e fotografia.

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L’accorta sceneggiatura di Alan Ball ci proietta in un inferno borghese, dove a regnare sono l’apparenza e la menzogna. L’ossessione per la carriera e la disgregazione della famiglia media americana sono affrontate con ironia e alcune trovate decisamente kitsch dal regista teatrale Sam Mendes. Programmaticamente sgradevole, il film dovrebbe essere un pugno nello stomaco per lo spettatore ma, pur alternando con una certa perizia commedia e toni quasi noir (il narratore è il protagonista morto, come in “Viale del Tramonto” di Billy Wilder), non appare così pungente, anche alla luce di alcune caratterizzazioni banali (l’ex militare omosessuale represso e omofobo). Ottima la fotografia, scolastica la regia che cerca toni poetici con alcune immagini evocative (la minorenne nuda, ricoperta solo di petali di rosa, il sacchetto di plastica agitato dal vento). Grande successo internazionale e 5 Oscar a film,regia,sceneggiatura, attore protagonista e fotografia.

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