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- La recensione

La cura Miramax funziona: il paziente inglese di Anthony Minghella alla conquista di Hollywood

Il paziente inglese
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Alla fine della seconda guerra mondiale un uomo gravemente ferito e sfigurato viene condotto in un monastero diroccato in Toscana. L’infermiera Hana si prende cura dell’uomo, che non ricorda niente di sé e del proprio passato, ma che porta sempre con sé una copia delle storie di Erodoto.

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Il paziente inglese (The English Patient)

Regia: Anthony Minghella; soggetto: dall’omonimo romanzo di Michael Ondaatje (1992); sceneggiatura: Anthony Minghella; fotografia (Colore): John Seale; scenografia: Stuart Craig; colonna sonora: Johann Sebastian Bach, Irving Berlin, Richard Rodgers, Gabriel Yared; costumi: Ann Roth; montaggio: Walter Murch; interpreti: Ralph Fiennes (conte László Almásy), Juliette Binoche (Hana), Willem Dafoe (David Caravaggio), Kristin Scott Thomas (Katharine Clifton), Naveen Andrews (tenente Kip Singh), Colin Firth (Geoffrey Clifton), Julian Wadham (Madox), Jürgen Prochnow (maggiore Muller), Kevin Whately (sergente Hardy), Nino Castelnuovo (D’Agostino), Peter Ruhring (Bermann), Raymond Coulthard (Rupert Douglas); produzione: Saul Zaentz per Miramax Films, J&M Entertainment, Tiger Moth Productions; origine: Stati Uniti/Regno Unito – 1996; durata: 162′.

Trama

Toscana, siamo verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. L’infermiera canadese Hana (Binoche) si ferma in un casolare, ex convento abbandonato da tempo. Lì viene condotto un ferito, rimasto deturpato da gravissime ustioni, che non ricorda il proprio nome in seguito ad un incidente aereo avvenuto nel deserto. Hana, giovane vedova di guerra, si prende cura di quello che lei chiama “paziente inglese”, a causa dell’ accento britannico con cui egli si esprime. Gli legge brani di un libro che l’uomo porta sempre con sé: Le Storie del greco Erodoto che raccoglie, fra le pagine, note scritte a mano e fotografie. L’infermiera inizia ad essere attratta dall’uomo e dai suoi segreti, malgrado il volto sfigurato del malato, aiutandolo a tornare indietro nel tempo verso ricordi piacevoli e al contempo dolorosi, legati al periodo prima della guerra. Nel convento abbandonato trovano alloggio anche una spia francese che collabora coi partigiani, dal misterioso pseudonimo di David Caravaggio (Dafoe), il quale mostra di conoscere la storia del ferito a causa di non meglio precisati contatti che i due avrebbero avuto in passato e l’artificiere sikh Kip Singh, stabilitosi sul posto per bonificare la zona dalle bombe e dalle mine anti-uomo piazzate dai tedeschi.  Fra gli elementi forniti dal libro, le rivelazioni di Caravaggio e i sofferti racconti del paziente, si riesce a ricostruire la sua identità. Si tratta del conte László de Almásy, un cartografo ungherese che prima della guerra esplorava il deserto del Sahara per mapparlo in una spedizione archeologica e di rilevamento della Royal Geographical Society. Del gruppo facevano parte anche degli inglesi: il suo caro amico Peter Madox (Julian Wadham) e Lord Geoffrey Clifton (Colin Firth) in compagnia dell’ insoddisfatta moglie Katharine (Kristin Scott Thomas), con la quale ben presto il conte intrecciò una relazione piena di passione, destinata a un triste epilogo. Una volta finita di raccontare la propria storia, dilaniato dalla sofferenza provocata dalle ferite, il conte chiede ad Hana una dose letale di morfina. La ragazza esaudisce il suo desiderio e gli legge gli ultimi appunti dal diario di Katharine, mentre egli esala l’ultimo respiro. La presenza di Kip consente ad Hana di dimenticare il fidanzato defunto e la sua morbosa passione per i ricordi del “paziente inglese” per concentrarsi sull’amore sano e genuino che nutre nei confronti del giovane sikh, che comunque al termine del conflitto parte per conto suo. Infine, lei e Caravaggio lasciano il casolare per iniziare una nuova vita, a Firenze.

Il paziente inglese
Ralph Fiennes e Kristin Scott Thomas, innamorati nel deserto.

La Miramax dalle origini al trionfo

Delle molte leggende che circolano sulle origini dei due fratelli Bob e Harvey Weinstein, quella più verosimile narra che i genitori, entrambi lavoratori a New York,li lasciano spesso al cinema di quartiere. Grazie alle numerose proiezioni cui assistono, nasce in loro la passione per il grande schermo, sfoggiata in metropolitana davanti agli attoniti passeggeri a colpi di quiz cinematografici: quando il tredicenne Bob chiede al fratello quattordicenne Harvey: “Chi è il regista di Guerra e Pace?” e il ragazzo risponde: “King Vidor nel 1956 e Sergej Bondarčuk nel 1967!” tra i presenti scatta spontaneo l’applauso. Agiografia a parte, i dioscuri Weinstein dimostrano spirito d’iniziativa e, a partire dalla fine degli anni ’70, fondano la Miramax Films (l’appellativo viene dalla crasi dei nomi dei genitori, Miriam e Max). Inizialmente i due si dedicano alla produzione di film indipendenti, ritenuti rischiosi o poco vantaggiosi dalle majors, fino al 1993 quando la Disney fiuta l’affare ed acquista la loro società, concedendo ai fratelli  una libertà progettuale e operativa senza precedenti. Grazie al supporto finanziario della casa madre, la Miramax distribuisce film controversi, ma spesso in grado di abbinare qualità e fascino spettacolare come Il mio piede sinistro, Addio mia concubina, Lezioni di piano. La società inoltre conquista per 4 anni di fila l’Oscar per il film straniero, dal 1988 al 1991 (Tra i vincitori ricordiamo Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore e Mediterraneo di Gabriele Salvatores), imponendo all’attenzione del pubblico autori semi-sconosciuti come lo spagnolo Pedro Almodóvar. Due titoli in particolare confermano il tocco magico dei Weinstein (soprattutto di Harvey che spesso cura il montaggio dei film acquistati, in modo che non scontentino il pubblico americano): Il postino, i cui diritti di distribuzione vengono acquisiti per soli 300,000 dollari e Pulp Fictionrifiutato dalla Tri-star e diventato il cult-movie degli anni ’90. Il paziente inglese stesso è un progetto abbandonato dalla 20th Century Fox e adottato dai Weinstein. Il regista e sceneggiatore è l’accorto italo-americano Anthony Minghella che al terzo film, sfrutta il complesso romanzo omonimo, privilegiando il lato sensuale e seduttivo della storia e confeziona un tipico kolossal da Oscar, pieno dei clichè che tanto piacciono agli spettatori: l’amore proibito, i nazisti cattivi e l’ambientazione esotica, tra l’Italia e il Sahara. Il successo è fragoroso, anche la critica si arrende: Il paziente inglese ottiene 7 candidature, 2 Golden Globe (Miglior film drammatico e miglior colonna sonora) e agli Oscar viene insignito di ben 12 nomination (tante quante Ben Hur, per intenderci), presentandosi così da favorito alla notte delle stelle.

Il racconto del redattore

La sera del 24 maggio 1997, allo Shrine Auditorium di Los Angeles, Il paziente inglese straripa, mandando all’incasso 9 delle 12 segnalazioni. Viene premiato per il film, la regia, l’attrice non protagonista Juliette Binoche (in alto il filmato), la fotografia, la scenografia, i costumi, il montaggio e la colonna sonora drammatica (come l’anno precedente l’Oscar della musica è sdoppiato), mancando solo le statuette all’attore protagonista Ralph Fiennes, sconfitto dallo strabordante pianista Geoffrey Rush nell’ effettistico Shine di Scott Hicks. Deve accontentarsi della nomination anche Kristin Scott Thomas, amante adultera nel film di Minghella, battuta dalla quarantenne Frances McDormand, intrepida poliziotta incinta in Fargo dei fratelli Coen che vince anche per la sceneggiatura originale, mentre per l’adattamento l’Academy premia il caustico Lama tagliente che vede l’attore Billy Bob Thornton nella duplice veste di protagonista e sceneggiatore. Nella cinquina dei finalisti, oltre a Fargo a Il paziente inglese e Shine, figurano anche il frizzante ma convenzionale Jerry Maguire di Cameron Crowe, ennesimo assalto infruttuoso all’Oscar di Tom Cruise (viene premiato infatti solo l’attore non protagonista Cuba Gooding Jr. per la parte di uno scanzonato e irriverente giocatore di football) e soprattutto il drammatico Segreti e bugie dell’ inglese Mike Leigh, che mette a nudo i contrasti e le piccinerie della famiglia britannica media, grazie alle grandi prove attoriali di veterani del cinema britannico come Brenda Blethyn, anch’ella nominata invano fra le attrici principali. Il resto sono briciole: un Oscar agli sbalorditivi effetti speciali per il campione d’incassi Indipendence Day che fa piombare sulla terra malvagi extraterrestri che radono al suolo le principali metropoli del mondo e un Oscar per il trucco a Il professore matto, variazione sul tema di Dr Jekyll /Mr. Hyde col quale Eddie Murphy cerca di riconquistare l’affetto del pubblico, dividendosi tra quattro ruoli diversi contemporaneamente. Una striminzita candidatura alla sceneggiatura ottiene lo sgradevole e tagliente Trainspotting di Danny Boyle che è forse il miglior film dell’annata: un ritratto sconvolgente di una banda di drogati nella Scozia odierna, improntato al nichilismo.

Il nostro voto

In conclusione su

Anthony Mighella si cimenta col kolossal e il modello cui si ispira è chiaramente quello del David Lean di Lawrence d’Arabia e Il Dottor Zivago. Rispetto al regista inglese, se i paesaggi forse reggono il confronto, manca l’elemento epico, che ha costituito uno dei punti di forza della cinematografia di un certo tipo, che ha sempre avuto successo presso il pubblico. Forse anche perchè, mantenendosi in bilico tra romanticismo e mondiali sconvolgimenti, ricorda un cinema che non c’è più. Dodici nomination e 9 Oscar costituiscono una ricompensa più alta dei meriti di un film imperfetto, ma confezionato in modo impeccabile.

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Anthony Mighella si cimenta col kolossal e il modello cui si ispira è chiaramente quello del David Lean di Lawrence d’Arabia e Il Dottor Zivago. Rispetto al regista inglese, se i paesaggi forse reggono il confronto, manca l’elemento epico, che ha costituito uno dei punti di forza della cinematografia di un certo tipo, che ha sempre avuto successo presso il pubblico. Forse anche perchè, mantenendosi in bilico tra romanticismo e mondiali sconvolgimenti, ricorda un cinema che non c’è più. Dodici nomination e 9 Oscar costituiscono una ricompensa più alta dei meriti di un film imperfetto, ma confezionato in modo impeccabile.

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