Uscito il 27 luglio nei cinema La bella e le bestie, di Khaled Walid Barsaoui e Kaouther Ben Hania, è un film duro, spietato, che non perdona

Siamo in Tunisia. Mariam, interpretata da Mariam Al Ferjani, è una giovane studentessa di 21 anni. Mariam vuole credere di vivere in un paese libero e democratico, dove una ragazza possa uscire per una serata in discoteca con gli amici, senza doversi preoccupare di niente, pensando solo a divertirsi e a ballare. Ben presto, però, scoprirà che non è così. Uscita dal locale per una tranquilla passeggiata col suo ragazzo, interpretato da Ghanem Zrelli, la ragazza viene violentata da alcuni poliziotti. Accompagnata da Youssef va all’ospedale in cerca di aiuto, per trovarsi davanti solo indifferenza, minacce velate, difficoltà burocratiche, pregiudizi. Quando si scopre poi che gli aggressori, le bestie, sono poliziotti, tutte le porte le si chiudono in faccia. Come può ottenere giustizia e far valere i propri diritti quando nessuno è dalla sua parte?

L’attrice Mariam Al Ferjani parla così del film e del suo ruolo: “La bella e le bestie è il primo lungometraggio in cui ho recitato come protagonista. È la storia di una giovane donna tunisina che subisce una violenza estrema da parte dei poliziotti ed è tratto da una storia vera, successa in Tunisia. Avevo deciso che avevo una  grande responsabilità nei confronti della vittima, quella che veramente ha subito quello che è successo. Per ogni cosa che facevo stavo molto attenta, pensavo a lei, a come lei l’avrebbe percepita. La Mariam del film ha in comune con la Mariam me l’insistenza; quando qualcosa non funziona cerco in tutti i modi di farla funzionare, questa ostinazione a ottenere ciò che voglio esiste anche in questo film, in questo personaggio”.

La storia di Mariam è una delle tante che quotidianamente passano inosservate, inascoltate, taciute.

La bella e le bestie oltre a presentare, in modo impietoso, la situazione odierna delle donne e come continuino a essere viste come oggetti, ci mette anche di fronte a tutte le difficoltà che le donne, dopo aver subito una violenza, continuano a dover affrontare; gli sguardi dei vicini e degli amici, le accuse velate di tutti coloro che non ti credono, che ti vedono come la vera colpevole, le difficoltà burocratiche, una giustizia che spesso sta dalla parte del colpevole. Forse, ben più importante, è come il film sottolinei la normalità e l’accettazione che come società abbiamo nei confronti delle violenze e degli stupri. Sembra quasi che una ragazza da sola, magari vestita in modo particolare per potersi godere una serata con gli amici, è naturale che venga stuprata. E questo è l’aspetto più grottesco e raccapricciante.

Altro merito che va riconosciuto al film è che tratta, più in generale, della condizione delle donne in Tunisia. Tra tutti i paesi musulmani, la Tunisia è quello dove le donne sono più libere e più emancipate. Questo, però, non vuol dire che si sia raggiunta la completa parità e che alle donne siano stati riconosciuti i pieni diritti in ogni ambito. Già tra città e campagna, le zone più industriali o periferiche, le differenze si fanno sentire; nella capitale le donne sono emancipate, istruite, possono decidere liberamente se praticare o meno il Ramadan, hanno dei buoni lavori e sono indipendenti economicamente. Nelle zone periferiche, invece, la situazione è un po’ diversa. Le donne sono molto religiose, anche per dovere più che per convinzione, sono poco istruite e si occupano della gestione della casa e dell’educazione dei figli. Non è insolito che sia la donna a tirare avanti e a sostenere la famiglia economicamente, con poco o inesistente aiuto da parte dei mariti.

Facendo un excursus storico sulle lotte e le conquiste che si sono susseguite negli anni e che hanno portato al riconoscimento dei diritti fondamentali, in Tunisia già nel 1956 le donne avevano ottenuto il diritto all’aborto, l’abolizione della poligamia e del ripudio e avevano raggiunto tante altre conquiste, come il divieto dell’hijab nelle scuole. Con gli anni a seguire, le riforme sono continuate e sono stati ottenuti grandi progressi nei campi della contraccezione, del diritto al voto e allo studio. Nel 2011, con la presa di potere da parte del partito islamico Ennahda, la situazione è cambiata e la Tunisia è regredita di anni; si è rischiato di compromettere diritti acquisiti in anni di lotte. A partire da questo momento sono anche aumentati gli abusi nei confronti delle donne. Proprio il caso di Merim Ben Mohamed, avvenuto nel 2012, tornò a riaccendere il dibattito sulla violenza sulle donne e sui loro diritti. Nel 2017 è stata approvata dal Parlamento una legge che trasforma la violenza sessuale da questione privata a reato di Stato. Con questo sono aumentate così le pene per gli stupratori e, in più, è stato permesso alle donne di difendersi dalle violenze subite non solo da sconosciuti, ma anche da mariti e figli, che prima erano indenni da ogni castigo.

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