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Lettura: Il clan dei ricciai di Pietro Mereu, il tentativo di riscatto degli ex carcerati
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AnticipazioniCinema

Il clan dei ricciai di Pietro Mereu, il tentativo di riscatto degli ex carcerati

Irene Pepe 8 anni fa Commenta! 3
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In gara al Biografilm festival di Bologna Il clan dei ricciai, un film documentario di Pietro Mereu che racconta i tentativi di reintegrarsi di un gruppo di ex carcerati.

Il film è ambientato nei quartieri popolari di Cagliari, fra un gruppo di ex detenuti del carcere cagliaritano in cerca di un reinserimento nella società. L’unica possibilità viene data loro dalla cooperativa di pescatori di Gesuino Banchero per la pesca dei ricci. Un lavoro che si svolge nella stagione fredda, in condizioni durissime, ma le alternative sono scarse e la scelta obbligata. Tutte le scene sono accompagnate dalle canzoni di malavita del cantautore sardo Joe Perrino.

Contenuti
Nell’articolo 27 della Costituzione,Se il modello è questo, cosa ci si può aspettare dal sistema giudiziario italiano?

Così il regista descrive il suo film: “Il clan dei ricciai racconta storie crude ma ricche di forza e umanità. È una testimonianza preziosa di un mondo che sta scomparendo e che ho avuto la fortuna di poter raccontare“.

Nell’articolo 27 della Costituzione,

sta scritto che il carcere è teso al recupero e all’inserimento sociale del cittadino che ha trasgredito. A parte che la società tende a escludere anche chi non ha fatto niente di male, è difficile ritrovare il lodevole intento costituzionale in una qualsiasi storia di carcere. Probabilmente perché è nato prima il carcere, poi la costituzione. Forse la costituzione neanche è mai stata presa troppo alla lettera anche perché, per le tanto decantate radici cristiane della nostra cultura, il luogo deputato a scontare una pena, ossia l’inferno, è del tutto anticostituzionale.

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Tanto per cominciare manca la concezione retributiva della pena, ossia l’esigenza di una proporzione fra la gravità dell’illecito e l’entità della pena. Ciò è indispensabile, perché solo una pena avvertita come giusta è una buona base psicologica per un processo rieducativo. Invece, a una colpa, bene o male finita, corrisponde una pena infinita. Altra cosa incongruente è la finalità preventiva, ovvero la pena come mezzo per distogliere la generalità dei cittadini dal compimento degli illeciti. All’inferno ci dovrebbe essere.

In altre parole, o rispetti i comandamenti o vai all’inferno. Però questo risultato si raggiunge con una pena che abbia i caratteri della prontezza e della certezza (Beccaria). Ovvio che quando la pena è differita fino alla morte perde molta della sua efficacia. In più va messa in conto la misericordia divina: Dio sarà misericordioso quando mi vede mangiare tutta quella cioccolata o mi manderà in quel disgustoso girone con Ciacco? La logica vorrebbe che chiudesse un occhio, ma visto come l’ha messa giù dura per una mela, non si sa mai. Infine, ma non ultima, la funzione rieducativa. Nell’inferno è totalmente assente, visto che, una volta condannato, non hai scampo.

Se il modello è questo, cosa ci si può aspettare dal sistema giudiziario italiano?

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