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Casinò: recensione del capolavoro di Martin Scorsese

Chi ama il mondo del gambling lo sa bene: l’adrenalina che si fa strada quando si gioca provoca una sensazione ineguagliabile

Dal momento che, per via del DPCM finalizzato a prevenire il contagio da SARS-CoV-2, i casino attivi in Italia sono chiusi, per rivivere in qualche modo l’emozione della sala da gioco si può guardare un film a tema. Tra le pellicole storiche rientra senza dubbio Casinò, capolavoro di Martin Scorsese. Ecco la nostra recensione.

Recensione

Siamo a metà degli anni ‘90 – il film è uscito negli USA il 22 novembre 1995 ed è arrivato in Italia il 13 marzo 1996 – e in un periodo che ha visto Scorsese toccare vette sperimentali eccelse nel suo percorso di cineasta (tra i titoli degni di nota al proposito rientrano film come L’Ultima Tentazione di Cristo e L’Età dell’Innocenza).

Casinò, film le cui riprese sono iniziate con il regista emotivamente sottotono, è considerato dai critici cinematografici una svolta stilistica nel lavoro di uno degli uomini simbolo del cinema mondiale. A renderla tale ci pensa soprattutto il consolidamento di mood come quello della narrazione tendente all’iper realismo, per non parlare del ritmo incessante della stessa.

Caratterizzato da una durata di quasi 180 minuti, il film che è valso a una Sharon Stone reduce dall’iconico accavallo di gambe di Basic Instinct la candidatura all’Oscar come Miglior Attrice è quasi una corsa senza respiro.

Quando si nomina questa pellicola, si consiglia spesso di non fare l’errore di paragonarla a Goodfellas, un gangster movie con tutti i crismi. In questo caso, la definizione giusta a detta di alcuni critici sarebbe “film sulle ossessioni umane” e su un percorso caratterizzato dalla totale assenza di qualsiasi forma di razionalizzazione ed evoluzione.

I personaggi – dal primo all’ultimo – si muovono su un palcoscenico privo di qualsiasi sentimento di solidarietà e fratellanza. Se, molto spesso, nella cinematografia i luoghi ‘vivono’ e sono legati in qualche modo al vissuto emotivo dei protagonisti della pellicola, non è così per i personaggi le cui vicende ruotano attorno al Tangiers di Las Vegas, il regno di Sam ‘Asso’ Rothstein, protagonista reso indimenticabile da un Robert De Niro in stato di grazia che, come poche volte nella sua carriera, è riuscito, attraverso l’espressività, a tracciare il ritratto di un uomo nella cui vita il calcolo e l’assenza di scrupoli sono cifre distintive.

Se si può parlare di un luogo che, in qualche modo, è protagonista del film, questo ruolo dovrebbe essere assegnato alla città di Las Vegas. Simbolo universale del gioco d’azzardo e dell’ambizione sfrenata, in questa pellicola è pura luce, una luce accecante che passa sopra a qualsiasi afflato di moralità nella vita di tutti i personaggi (da Sam, a Ginger McKenna, fino al fidato braccio destro di lui Nicky Santoro).

Per questo effetto, bisogna dire grazie al genio di Dante Ferretti che, all’inizio delle riprese, era titubante al pensiero di ricreare la città in quanto la conosceva poco. Ci è voluta tutta l’insistenza di Martin Scorsese per convincerlo a mettere in gioco il suo immenso talento in questo mafia movie (lo scenografo si è aiutato, sempre grazie ai consigli del regista, anche con la visione di Colpo Grosso).

Pellicola che vede Scorsese lasciare per la prima volta le atmosfere newyorchesi, Casinò è, come già detto, una straordinaria prova attoriale soprattutto dei due protagonisti, impersonati da De Niro e Pesci.

Entrambi di nuovo insieme davanti alla macchina da presa di Scorsese dopo Goodfellas, sono magistrali nel far percepire allo spettatore lo stacco – che si può a ragione definire violento – tra il mondo in cui si muovevano Jimmy Conway e Tommy DeVito, caratterizzato da un percorso di evoluzione umana, e la spietata assenza di maturazione interiore dei personaggi di Casinò.

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