Tinto Brass si chiamava Giovanni Brass: nato a Milano nel 1933 e profondamente legato a Venezia, arrivò al cinema attraverso la cinefilia, il lavoro d’archivio a Parigi e la sperimentazione. Prima di La chiave, Miranda e Paprika aveva già girato un western, una commedia fantascientifica e un thriller pop. La sua vita artistica attraversa più generi di quanti ne suggerisca l’etichetta di maestro dell’erotismo. Il regista è morto il 4 novembre 2026, a 93 anni.
Per ripercorrere la sua storia conviene partire da qui: dal ragazzo soprannominato Tintoretto, dal laureato in legge che scelse le immagini, dal regista che considerava il montaggio uno spazio di libertà. Questo speciale raccoglie fatti biografici e curiosità documentate, distinguendo i racconti personali di Brass dalle ricostruzioni degli archivi cinematografici.
Perché Giovanni Brass si faceva chiamare Tinto?
Il nome Tinto deriva da Tintoretto ed è legato al nonno, il pittore Italico Brass. Il regista lo raccontò nell’intervista a Film International: da bambino disegnava e il nonno scherzò sulla presenza di un piccolo Tintoretto in casa. Il soprannome si accorciò e gli rimase.
È una curiosità che permette di leggere il suo nome d’arte in modo diverso: prima del personaggio pubblico, c’è una storia familiare legata alla pittura. Non basta a spiegare tutto il suo cinema, ma offre un punto di partenza più preciso di un soprannome inventato per provocare.
Dalla laurea in legge alla Cinémathèque di Parigi
La biografia conservata dal Torino Film Festival ricorda che Brass si laureò in giurisprudenza nel 1957. Alla carriera legale preferì il cinema e si trasferì a Parigi, dove lavorò alla Cinémathèque legata a Henri Langlois. In Italia fu poi assistente di Alberto Cavalcanti, Roberto Rossellini e Joris Ivens.
Nel ricordo affidato a Film International, Brass descriveva le giornate parigine come un’immersione continua nelle proiezioni. È un passaggio importante della sua formazione: il futuro regista guardava, confrontava e assimilava immagini prima di costruirne di proprie.
Il debutto nel lungometraggio arrivò nel 1963 con Chi lavora è perduto, conosciuto anche con il titolo In capo al mondo. La sua carriera comincia dunque nel clima di ricerca degli anni Sessanta, molto prima dei titoli con cui avrebbe raggiunto il pubblico più vasto.
Le curiosità meno note: girò anche un western e un film di fantascienza
Tinto Brass non lavorò soltanto nel cinema erotico. Il disco volante del 1964 appartiene alla commedia fantascientifica; Yankee del 1966 al western italiano; Col cuore in gola del 1967 porta il giallo dentro un immaginario pop. Questa varietà è documentata dalla filmografia del Torino Film Festival.
Per capire il percorso, i primi film non vanno trattati come una nota a margine. Mostrano un autore che cambia strumenti e ambientazioni: il genere diventa una struttura da attraversare, non necessariamente una formula a cui restare fedele.
| Film | Anno | Perché entra in questo percorso |
|---|---|---|
| Chi lavora è perduto | 1963 | Il debutto nel lungometraggio |
| Il disco volante | 1964 | L’incursione nella commedia fantascientifica |
| Yankee | 1966 | La tappa nel western italiano |
| Col cuore in gola | 1967 | Il thriller pop ambientato a Londra |
| Salon Kitty | 1976 | Un passaggio verso la fase più conosciuta |
| La chiave | 1983 | Uno dei titoli centrali della successiva stagione erotica |
Col cuore in gola: il legame con Guido Crepax
Il film con Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin offre un esempio concreto del rapporto tra Brass e le arti visive. Guido Crepax partecipò come consulente grafico: il legame con il fumetto entra quindi nel lavoro sul film, non soltanto nei paragoni costruiti dopo la sua uscita.
La Biennale ha ricordato questa collaborazione scegliendo Col cuore in gola per la preapertura di Venezia 83, il 1° settembre 2026. In quell’occasione è stata presentata la versione restaurata digitalmente in 4K dal Centro Sperimentale di Cinematografia con il sostegno di Netflix.
Al titolo abbiamo dedicato una guida autonoma su Col cuore in gola e il suo ritorno nella versione restaurata. È un buon approfondimento per chi vuole esplorare questa fase della carriera senza limitarsi ai film più citati.
Il caso Caligola: perché il montaggio cambia la storia di un film
Caligola, uscito nel 1979, è uno dei capitoli più controversi della sua filmografia. Ma attribuire automaticamente a Brass ogni scelta della versione distribuita è fuorviante. La ricostruzione del Torino Film Festival documenta gli scontri produttivi e l’inserimento di scene realizzate fuori dal suo controllo.
Anche il BFI, presentando Caligula: The Ultimate Cut, ricorda che i finanziatori legati a Penthouse rimontarono il film originale aggiungendo altre riprese. Il problema riguarda quindi la responsabilità dell’opera: dirigere un film e controllarne il risultato finale non coincidono sempre.
Per il lettore, la conseguenza pratica è semplice: quando trovi una discussione su Caligola, verifica di quale versione si parla. Un titolo può restare lo stesso mentre montaggio, durata e scelte produttive cambiano il materiale che arriva sullo schermo.
La vita privata e il rapporto creativo con Caterina Varzi
La vita familiare di Brass comprende il lungo matrimonio con Carla Cipriani e i figli Beatrice e Bonifacio. In seguito il regista ha condiviso la propria vita con Caterina Varzi, sposata nel 2017, come conferma la sua scheda d’autore presso Marsilio.
Varzi è anche una collaboratrice del suo percorso artistico e autobiografico. Marsilio la presenta come avvocata, sceneggiatrice e attrice, protagonista nel 2009 del cortometraggio Hotel Courbet. Il suo ruolo non si esaurisce quindi nella definizione di moglie del regista.
Nel 2021 i loro nomi compaiono insieme su Una passione libera. In forma di autobiografia. Il libro nasce dal recupero dei ricordi di Brass con l’aiuto di Caterina e intreccia vita personale, cinema e insofferenza verso l’autorità. È un riferimento utile per chi cerca la voce del regista, da leggere come racconto autobiografico e non come osservazione esterna neutrale.
Il ritorno a Venezia nel 2026 e il Premio Pietro Bianchi
Il riconoscimento veneziano del 2026 ha rimesso in primo piano il Brass sperimentatore. Oltre al restauro di Col cuore in gola, il Centro Sperimentale di Cinematografia ha annunciato il Premio Pietro Bianchi assegnato al regista dai Giornalisti Cinematografici Italiani, d’intesa con la Biennale.
Il contesto della rassegna è ricostruito nel nostro speciale sul programma di Venezia 83. Per questa biografia conta soprattutto la scelta del film: un thriller del 1967 permette di tornare alla ricerca sulle immagini, ai colori e al rapporto con la cultura pop.
Rivedere Brass attraverso questi passaggi significa osservare insieme il regista, il cinefilo e l’autore discusso. Il suo percorso offre domande sulla libertà artistica, sul controllo del montaggio e sul modo in cui una parte della carriera può finire per rappresentarla tutta. Da quale film partiresti per riscoprirlo?

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