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Clayface, recensione: il mostro DC trova la sua forza nel body horror

Un avvio lento, poi la vendetta prende forma: James Watkins porta nel DC Universe un horror grottesco sostenuto da Tom Rhys Harries.

Locandina ufficiale del film clayface di james watkins
Clayface, locandina ufficiale. Warner Bros. Pictures / DC Studios.
Tempo di lettura8 minuti
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Clayface impiega un po’ a trovare il proprio ritmo, ma quando abbraccia fino in fondo il body horror diventa un film sporco, crudele e divertente. James Watkins costruisce una tragedia della vanità che funziona soprattutto nella seconda parte, quando la ricerca di empatia lascia spazio alla vendetta e alle possibilità più grottesche del suo protagonista. È lì che il film mantiene la promessa di un horror DC capace di sporcarsi davvero le mani.

Il riferimento non è soltanto al cinema dei supereroi. Si avvertono gli echi dei thriller di vendetta e degli horror a basso costo degli anni Cinquanta e Sessanta, filtrati attraverso titoli come La mosca, Darkman e Johnny il bello. Clayface appartiene a quella tradizione di uomini feriti, volti distrutti e ricostruzioni impossibili: corpi che diventano la manifestazione visibile di qualcosa che si è già spezzato dentro.

La recensione affronta la premessa e l’evoluzione del protagonista, con alcuni riferimenti al suo percorso nell’ultimo atto, senza raccontare nel dettaglio la conclusione.

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Un attore senza volto nella Gotham di James Watkins

Matt Hagen è un ragazzo di Gotham diventato una promettente star del cinema. Il successo sembra avergli permesso di lasciarsi alle spalle un passato difficile, finché lo scontro con un potente criminale gli costa il volto. La menomazione distrugge insieme la sua immagine, la carriera e la percezione del futuro. Né la legge né gli interventi chirurgici gli offrono la soluzione che cerca.

Il punto di partenza, confermato dalla presentazione ufficiale di Warner Bros., permette a Watkins di legare il mostro al mestiere del suo protagonista: Matt vive del proprio aspetto e della capacità di essere qualcun altro. Quando perde il viso, perde anche il controllo sulla storia che raccontava di sé.

Chi conosce altre incarnazioni del personaggio può orientarsi con il nostro approfondimento su Matt Hagen e le differenze rispetto a Basil Karlo. Il film, però, costruisce direttamente la propria versione e non richiede di arrivare in sala con un manuale dei fumetti.

Tom Rhys Harries e Naomi Ackie danno umanità all’esperimento

Tom Rhys Harries è uno degli elementi più convincenti del film. Ha un’aria da giovane Malcolm McDowell: un fascino impertinente che lascia intravedere una zona oscura. Evita di caricare eccessivamente i passaggi che potrebbero prestarsi all’istrionismo e rende credibile tanto la disperazione di Matt quanto la determinazione che finisce per divorarlo.

Naomi Ackie interpreta la ricercatrice Caitlyn Corr con una sensibilità altrettanto importante. Il personaggio non è semplicemente una scienziata folle: è una donna frustrata, privata del riconoscimento per il proprio lavoro e disposta ad accettare un esperimento che avrebbe ragioni per temere. Quando Matt si offre come soggetto umano per una tecnologia rigenerativa sperimentale, la loro collaborazione nasce dall’incontro di due persone che hanno perso qualcosa di essenziale.

Il trattamento sembra inizialmente restituire a Matt ciò che desiderava. Il film trova però il proprio interesse nell’ambiguità del risultato: la tecnologia sta creando una nuova personalità oppure sta liberando una parte di lui che esisteva già? La trasformazione fisica diventa così anche una questione morale.

L’avvio lento frena un horror che vuole essere più cattivo

Il limite principale è il tempo necessario per arrivare al cuore del film. La prima parte insiste sulla sofferenza di Matt e sul tentativo di renderlo comprensibile. È un lavoro utile per costruire la tragedia, ma non sempre abbastanza incisivo da sostenere il ritmo. Si percepisce una cattiveria trattenuta, come se il racconto esitasse prima di concedersi le idee più assurde.

La sceneggiatura di Mike Flanagan e Hossein Amini trova una direzione più efficace quando smette di chiedere soltanto compassione. Matt non è più esclusivamente una vittima: diventa qualcuno che sceglie cosa fare del potere ottenuto. Il passaggio ridà energia al film e rende più interessante il rapporto fra responsabilità personale e deterioramento del corpo.

È anche il momento in cui l’omaggio al cinema di genere smette di essere soltanto atmosfera. La vendetta mette finalmente alla prova le capacità del protagonista e permette a Watkins di alternare tensione, disgusto e umorismo nero.

Un villain che non viene trasformato in un eroe rassicurante

Una delle difficoltà dei film dedicati ai cattivi è trovare un equilibrio fra la comprensione del protagonista e la necessità di lasciarlo diventare davvero pericoloso. Clayface funziona perché la sofferenza iniziale di Matt non diventa un’assoluzione permanente. Possiamo capire il desiderio di recuperare la propria vita senza essere obbligati a giustificare ogni scelta successiva.

L’empatia e l’approvazione si separano progressivamente. È un passaggio che distingue il film dai racconti in cui il villain finisce per comportarsi come un supereroe con modi più bruschi. Qui il potere non corregge il trauma: offre a Matt nuovi strumenti per assecondare la propria ossessione. Il confronto con Hollow Man viene naturale proprio per questa relazione fra trasformazione del corpo, perdita dei limiti e desiderio di controllo.

Le metamorfosi rendono l’ultimo atto la parte migliore

La trovata più riuscita è legare il mutaforma all’attore. Matt non cambia soltanto aspetto per avvicinarsi ai propri bersagli: interpreta altre persone, usa la recitazione per occupare identità differenti e trasforma il talento professionale in uno strumento di violenza. Il film sfrutta questa possibilità con inventiva, trovando situazioni insieme minacciose e beffarde.

Le sequenze migliori nascono dalla distanza fra ciò che vediamo e ciò che sappiamo del corpo nascosto sotto quel volto. Watkins e il suo gruppo creativo riescono a far convivere la tensione con il piacere macabro del trucco, senza ridurre ogni trasformazione a una semplice dimostrazione di potenza.

Gli effetti di trucco di impostazione artigianale danno alle metamorfosi una consistenza sgradevole, sostenuta dall’interpretazione di Harries. La carne che perde stabilità non è solo uno spettacolo: rende percepibile un’identità che non riesce più a rimanere insieme. Quando la vendetta prende definitivamente il sopravvento, la degradazione morale e quella fisica procedono nella stessa direzione.

La forma più riconoscibile del personaggio viene riservata ai momenti conclusivi. La scelta completa il percorso tragico di Matt e funziona proprio perché arriva dopo aver visto quanto gli sia costato cercare di recuperare il proprio aspetto.

Gotham ha un’identità anche senza il suo vigilante

La città merita più attenzione di quella che normalmente si riserva a uno sfondo. Questa Gotham è sporca, minacciosa e attraversata da una criminalità che sembra aver trovato spazio nella vita quotidiana. Le vedute degli edifici e delle strade restituiscono un luogo abitato, non soltanto un insieme di vicoli pronti a ospitare la prossima aggressione.

Non ha l’impronta fiabesca e monumentale della Gotham di Tim Burton, ma possiede un carattere adatto alla vicenda di Matt: il prestigio e la violenza convivono, così come la promessa di successo e il rischio di essere cancellati. La città contribuisce alla tragedia senza sottrarre il centro della scena al protagonista.

Fra gli interpreti di contorno convince anche Max Minghella, nei panni di un poliziotto che cerca di conservare un senso di giustizia dentro un ambiente corrotto. La sua presenza offre un contrappunto alla discesa di Matt: vivere nella stessa città non obbliga tutti a rispondere alla violenza nello stesso modo.

Una sceneggiatura semplice, con alcuni passaggi da approfondire

La chiarezza della vendetta rende il film immediato, ma non tutti i rapporti hanno lo stesso spazio per svilupparsi. Alcuni dialoghi sono più convenzionali delle soluzioni visive e qualche svolta emotiva arriva prima che il legame fra i personaggi sia diventato del tutto persuasivo. Il versante sentimentale, in particolare, avrebbe beneficiato di una costruzione più graduale.

Anche il percorso verso una crudeltà sempre più consapevole presenta accelerazioni. L’idea di non proteggere moralmente Matt è convincente; alcuni passaggi intermedi avrebbero però reso ancora più incisivo il momento in cui smettiamo di considerarlo soltanto una vittima.

Occorre infine calibrare le aspettative sul mostro: per gran parte della visione il film lavora sul volto, sulle identità assunte e su una materia corporea instabile. Chi cerca soprattutto lunghe sequenze con il gigantesco Clayface dei fumetti potrebbe desiderarne di più. La sua apparizione conclusiva funziona come approdo della trasformazione, ma lascia anche la voglia di vederne esplorate più a lungo le possibilità.

Serve conoscere Batman per vedere Clayface?

No. L’ambientazione di Gotham e i riferimenti all’universo DC danno un contesto alla storia, ma il suo funzionamento dipende dal destino di Matt Hagen. Batman non compare e non viene nemmeno nominato. Il riferimento al Wayne Community Center rimane un dettaglio del mondo circostante, senza trasformare il film in un annuncio sul prossimo Cavaliere Oscuro.

Questo rende Clayface accessibile anche a chi non segue ogni capitolo del DC Universe. La sua scommessa più interessante è dimostrare che lo stesso universo narrativo può ospitare un horror di vendetta, senza dover ricondurre ogni storia a una minaccia globale o a uno scontro fra supereroi.

L’accessibilità narrativa non va però confusa con una visione adatta a tutti. Le deformazioni e la violenza sono parte centrale dell’esperienza: prima di organizzare una proiezione in famiglia, è utile leggere la nostra guida su età consigliata e divieto italiano di Clayface.

Il verdetto: un body horror che cresce quando perde il controllo

Clayface dà il meglio quando accetta la propria assurdità da B-movie. L’avvio è più lento e meno incisivo di quanto dovrebbe, ma la seconda parte ripaga l’attesa con trasformazioni inventive, umorismo nero e un protagonista che diventa progressivamente più inquietante. La prova di Tom Rhys Harries tiene insieme il dolore dell’uomo e la ferocia del mostro, mentre Naomi Ackie impedisce al versante scientifico di ridursi a una funzione della trama.

È un horror riuscito soprattutto nel suo ultimo atto, consigliato a chi cerca una tragedia fisica e grottesca dentro l’universo DC. Non serve conoscere la storia di Batman: serve essere disposti a seguire un uomo che, nel tentativo di riavere il proprio volto, perde molto più di quello.

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