Il Codice Da Vinci fu censurato e in alcuni Paesi venne vietato perché la sua storia presenta come parte del mistero una relazione tra Gesù Cristo e Maria Maddalena, una loro discendenza e un presunto occultamento della verità da parte della Chiesa. Nel 2006 queste idee provocarono proteste di gruppi cristiani e, in alcuni Paesi a maggioranza musulmana, contestazioni legate anche al ruolo di Gesù nell’Islam.
Il punto da chiarire è che censura, protesta e divieto non furono la stessa cosa. In alcuni territori il film non arrivò normalmente nelle sale, in altri venne autorizzato con avvertenze, mentre altrove furono richiesti tagli poi ritirati. A vent’anni dall’uscita, molte ricostruzioni tendono a riunire questi casi sotto un unico termine.
Perché Il Codice Da Vinci fu censurato?
La controversia non nacque da violenza, sesso o linguaggio, ma dalle teorie religiose al centro della trama. Nel film di Ron Howard, tratto dal romanzo di Dan Brown, Robert Langdon e Sophie Neveu arrivano a una rivelazione secondo cui il Santo Graal sarebbe legato a Maria Maddalena e alla discendenza avuta con Gesù.
Questa costruzione narrativa mescola personaggi, luoghi, opere d’arte e istituzioni reali con elementi di fantasia. Una delle questioni che alimentò maggiormente la polemica fu proprio la difficoltà, per una parte del pubblico, di distinguere il thriller dalle sue affermazioni pseudo-storiche. La voce dedicata da Treccani al fenomeno Il Codice Da Vinci ricorda, per esempio, che i documenti usati per sostenere il mito del Priorato di Sion erano falsificazioni moderne.
Anche l’Opus Dei, rappresentata nella storia attraverso personaggi coinvolti nella cospirazione, contestò pubblicamente il modo in cui veniva descritta. Nei materiali pubblicati in risposta al fenomeno, l’organizzazione sottolineò le differenze tra la propria realtà e quella raccontata da Brown. La ricostruzione dell’Opus Dei sulle affermazioni del Codice Da Vinci permette di capire quali punti fossero al centro della contestazione.
In quali Paesi Il Codice Da Vinci venne vietato?
Uno dei casi più documentati è il Pakistan. Nel giugno 2006 il governo vietò la proiezione del film dopo le proteste della minoranza cristiana. Le autorità motivarono la scelta sostenendo che il contenuto relativo a Gesù fosse offensivo anche dal punto di vista islamico, perché l’Islam riconosce Gesù come profeta.
Il film incontrò divieti anche in diversi altri territori. Siria e Libano impedirono la normale distribuzione, mentre in Giordania le autorità motivarono il provvedimento con il contrasto tra le tesi del film e gli insegnamenti religiosi su Gesù presenti nel cristianesimo e nell’Islam. Anche la Cina ritirò il film dalle sale nel giugno 2006, sebbene la motivazione ufficiale comunicata all’epoca non fosse altrettanto trasparente.
Il caso mostra una differenza importante rispetto alla censura cinematografica classica. Le restrizioni non riguardavano immagini considerate troppo esplicite, ma il modo in cui una grande produzione hollywoodiana utilizzava religione, storia e istituzioni reali. Per chi vuole approfondire come siano cambiate nel tempo le forme di controllo sul cinema, è utile anche il nostro approfondimento sul Codice Hays e la censura nella Hollywood classica.
India e Thailandia: perché non si può parlare di un semplice divieto
L’India è uno dei casi che vengono spesso semplificati. Il film non fu vietato a livello nazionale: dopo le polemiche, l’autorità centrale ne autorizzò la distribuzione con un disclaimer che ne chiariva la natura di opera di fantasia. Alcuni Stati indiani adottarono però provvedimenti autonomi e impedirono le proiezioni sul proprio territorio.
Anche la Thailandia ebbe una vicenda particolare. L’organismo di censura stabilì inizialmente che dovessero essere eliminati circa dieci minuti della parte conclusiva e modificati alcuni elementi della presentazione. Sony contestò la decisione e minacciò di rinunciare alla distribuzione. Dopo una nuova valutazione, la versione integrale venne autorizzata con un’avvertenza che ricordava agli spettatori la natura fittizia della storia.
Questi due esempi sono utili perché mostrano quanto sia impreciso affermare semplicemente che Il Codice Da Vinci venne bandito in tutto il mondo. Le reazioni furono molto diverse: un divieto nazionale in Pakistan, ban in altri Paesi, stop locali in alcuni Stati indiani e una decisione di taglio successivamente ribaltata in Thailandia.
Le polemiche danneggiarono il successo del film?
No. Sul piano commerciale le proteste non impedirono al film di diventare uno dei maggiori successi del 2006. Presentato il 17 maggio come film d’apertura del Festival di Cannes, Il Codice Da Vinci arrivò a circa 760 milioni di dollari nel mondo nella sua distribuzione originale, a fronte di un budget indicato intorno ai 125 milioni.
Il risultato trasformò Robert Langdon in un personaggio cinematografico ricorrente. Tom Hanks e Ron Howard tornarono con Angeli e Demoni nel 2009 e Inferno nel 2016. Il clamore religioso, quindi, non fermò il franchise e probabilmente contribuì ad aumentare la curiosità intorno al primo film.
A vent’anni di distanza, la parte più interessante dello scandalo resta la varietà delle reazioni. Il Codice Da Vinci non subì una singola forma di censura globale: ogni Paese affrontò il film secondo il proprio contesto religioso, politico e normativo. È questa distinzione tra protesta, disclaimer, taglio e vero divieto che permette di ricostruire correttamente ciò che accadde nel 2006.