Don Antonio Mazzi è morto a 96 anni nella sede storica di Exodus al Parco Lambro. Il pubblico televisivo lo ricorda soprattutto per le apparizioni a Domenica In e per il rapporto profondo costruito con Mara Venier.
Don Antonio Mazzi è morto venerdì 31 luglio 2026, all’età di 96 anni. Il sacerdote ed educatore si è spento nella sua casa all’interno del Parco Lambro di Milano, sede storica della Fondazione Exodus, circondato dai ragazzi e dagli educatori che avevano condiviso con lui il lavoro nelle comunità.
Per decenni il suo nome è stato legato all’accoglienza dei giovani, alla lotta contro le dipendenze e a un metodo educativo costruito sulla vicinanza concreta. Per una parte molto ampia del pubblico italiano, però, don Mazzi è stato anche uno dei sacerdoti più riconoscibili della televisione generalista.
Non era un personaggio dello spettacolo nel senso tradizionale del termine. Non conduceva programmi e non cercava ruoli televisivi. Eppure le sue apparizioni, soprattutto a Domenica In, lo avevano trasformato in un volto familiare, capace di parlare di disagio, famiglia e adolescenza senza ricorrere al linguaggio distante delle conferenze o delle istituzioni.
Don Mazzi è morto a 96 anni

La morte di don Antonio Mazzi è stata comunicata dalla Fondazione Exodus nel pomeriggio del 31 luglio 2026.
Il sacerdote si trovava nella sede di Cascina Molino Torrette, nel Parco Lambro di Milano, il luogo nel quale aveva sviluppato gran parte della propria attività educativa. La causa medica precisa del decesso non è stata resa pubblica.
Nato a Verona il 30 novembre 1929, don Mazzi aveva fondato il Gruppo Exodus nel 1984, dopo essersi confrontato direttamente con il problema dell’eroina e dell’emarginazione giovanile nella Milano degli anni Settanta e Ottanta.
Con il tempo Exodus era diventata una rete di comunità e progetti educativi presenti in diverse parti d’Italia. La sua attività non era però rimasta confinata nelle strutture di accoglienza: don Mazzi aveva scelto di intervenire anche sui giornali, alla radio e in televisione, considerando i mezzi di comunicazione uno strumento attraverso il quale raggiungere genitori e ragazzi.
Don Mazzi e Domenica In, una presenza diventata familiare

Il programma maggiormente legato alla figura di don Mazzi è stato Domenica In.
Nel corso degli anni il sacerdote è tornato più volte nel salotto domenicale di Rai 1, partecipando a interviste, momenti di confronto e spazi dedicati alla sua attività con i giovani.
RaiPlay lo descrive come una “presenza storica” al fianco di Mara Venier nelle diverse edizioni della trasmissione. Nella puntata del 21 aprile 2019, ad esempio, don Mazzi fu ospite dello speciale pasquale e ripercorse alcuni dei passaggi più difficili della propria vita e del lavoro compiuto con migliaia di ragazzi.
Nel 2021 la Rai annunciò inoltre uno spazio ricorrente per il sacerdote all’interno di Domenica In, con una partecipazione prevista almeno una volta al mese. Non si trattava quindi soltanto di inviti occasionali legati alla presentazione di un libro o a una ricorrenza.
Don Mazzi era diventato una figura inserita nell’identità stessa del programma: una voce esterna allo spettacolo, ma capace di dialogare con il pubblico popolare di Rai 1.
Il suo modo di comunicare contribuiva a renderlo adatto alla televisione. Parlava in modo diretto, utilizzava esempi concreti e non evitava giudizi severi nei confronti dei genitori, della scuola o delle istituzioni.
Il rapporto tra don Mazzi e Mara Venier

Il legame con Mara Venier andava oltre il normale rapporto tra una conduttrice e un ospite.
Dopo la notizia della morte, Venier lo ha ricordato come il proprio “secondo padre”, pubblicando sui social un messaggio personale e una fotografia che li ritraeva insieme.
Il significato di quelle parole era già emerso pubblicamente durante una puntata di Domenica In trasmessa l’8 dicembre 2019. In quell’occasione la conduttrice aveva raccontato che don Mazzi aveva assunto un ruolo paterno dopo la morte di suo padre.
Mara Venier lo definiva un rifugio nei momenti difficili. Il sacerdote, da parte sua, si rivolgeva a lei con una confidenza molto diversa da quella riservata ai normali interlocutori televisivi.
La loro amicizia è stata ripercorsa anche nella puntata del 27 giugno 2021, quando don Mazzi presentò il libro La speranza è una bambina ostinata. Attorno a lui furono riuniti amici e personaggi dello spettacolo, tra i quali Beppe Carletti dei Nomadi, Giovanna Ralli e Ivan Cottini.
Quel momento mostrava bene la particolare posizione conquistata dal sacerdote in televisione: non soltanto esperto chiamato a commentare un problema sociale, ma persona inserita in una rete di rapporti umani costruiti nel tempo.
Il rapporto tra Mara Venier e gli ospiti capaci di raccontarsi senza limitarsi alla promozione è uno degli elementi centrali di Domenica In. Un meccanismo televisivo che emerge anche nelle confessioni raccolte dalla conduttrice, come quella di Elena Sofia Ricci sulla propria vita e carriera.
Perché don Mazzi funzionava in televisione
La presenza di don Mazzi sul piccolo schermo non era basata sull’intrattenimento, ma sulla sua capacità di trasformare temi complessi in racconti comprensibili.
Quando parlava di droga, solitudine, carcere minorile o difficoltà familiari, raramente si limitava a citare statistiche. Raccontava persone incontrate realmente, errori commessi dagli adulti e percorsi di recupero osservati nelle comunità.
In questo senso la televisione diventava un’estensione del lavoro di Exodus.
Don Mazzi non utilizzava il mezzo televisivo per rendere più rassicurante il disagio. Spesso pronunciava parole scomode, soprattutto sul ruolo dei genitori e sull’incapacità degli adulti di ascoltare davvero gli adolescenti.
Questa franchezza poteva generare discussioni, ma lo rendeva immediatamente riconoscibile. Non parlava come un commentatore professionista e non cercava formule studiate per ottenere consenso.
La televisione generalista italiana ha a lungo riservato spazi a sacerdoti, educatori e figure del volontariato. Don Mazzi apparteneva però a una categoria particolare: quella dei personaggi che non provenivano dallo spettacolo, ma riuscivano comunque a comprenderne i tempi e il linguaggio.
Un prete di strada tra Rai e spettacolo

Mara Venier ha ricordato don Mazzi anche con la definizione di “prete da marciapiede”.
L’espressione descriveva il suo modo di intendere il sacerdozio: non chiuso negli spazi religiosi, ma presente nei luoghi nei quali emergevano dipendenza, abbandono e conflitti familiari.
La stessa impostazione caratterizzava le apparizioni televisive. Don Mazzi non cercava di presentarsi come una figura distante o solenne. Interveniva con ironia, provocava la conduttrice e utilizzava parole quotidiane.
Nel corso degli anni partecipò anche ad altri programmi, affrontando temi come il carcere minorile, l’emergenza educativa e la responsabilità degli adulti. La Rai lo coinvolse inoltre in puntate legate a eventi religiosi, ricorrenze e situazioni di emergenza nazionale.
Nel 2020, durante la pandemia, intervenne a Domenica In per raccontare il lavoro delle Comunità Exodus e commentare il momento vissuto dal Paese.
Il suo ruolo era quindi differente da quello delle celebrità o degli attori ricordati attraverso la loro filmografia. Don Mazzi apparteneva alla storia della televisione italiana come voce civile e sociale, inserita nei programmi di largo ascolto.
Il suo percorso può essere accostato a quello di altre figure capaci di attraversare cinema, teatro e televisione mantenendo una forte identità pubblica, come raccontato nel ritratto dedicato a Gigi Proietti e alla sua carriera tra palcoscenico e piccolo schermo.
La televisione come strumento educativo
Don Mazzi conosceva i limiti del piccolo schermo, ma ne comprendeva anche la forza.
Una partecipazione a Domenica In gli permetteva di portare il tema del disagio giovanile all’interno di milioni di case, raggiungendo persone che probabilmente non avrebbero letto un saggio educativo o partecipato a un incontro della Fondazione.
Il sacerdote non considerava la televisione un’alternativa al lavoro sul campo. La utilizzava per sostenerlo, raccontarlo e talvolta provocare una reazione negli spettatori.
Era consapevole che il racconto televisivo potesse semplificare problemi molto complessi. Cercava quindi di riportare sempre l’attenzione sulle persone, evitando di ridurre i ragazzi delle comunità alle loro dipendenze o agli errori commessi.
Il messaggio ricorrente era chiaro: nessun giovane deve essere considerato definitivamente perduto.
Questa convinzione spiega perché la sua presenza in televisione non apparisse puramente celebrativa. Anche nelle interviste dedicate alla sua vita, don Mazzi cercava di riportare il discorso sul futuro degli adolescenti.
Il ricordo lasciato al pubblico di Rai 1
La morte di don Antonio Mazzi priva la televisione italiana di una figura atipica.
Non era un conduttore, un attore o un autore, ma era riuscito a diventare parte della memoria di programmi come Domenica In. Il pubblico lo riconosceva per il tono, per la franchezza e per il rapporto affettuoso con Mara Venier.
Le immagini delle loro interviste raccontano un periodo della televisione generalista nel quale l’intrattenimento lasciava spazio anche a lunghe conversazioni personali, senza separare rigidamente spettacolo e temi sociali.
Per Mara Venier, don Mazzi era diventato un secondo padre. Per molti spettatori rappresentava invece il sacerdote che entrava negli studi televisivi senza abbandonare il linguaggio e i problemi della strada.
È questa la ragione per cui la sua scomparsa non riguarda soltanto la Fondazione Exodus o il mondo cattolico. Riguarda anche la storia recente della televisione italiana e il modo in cui il piccolo schermo ha provato, almeno in alcune stagioni, a raccontare la fragilità senza trasformarla esclusivamente in spettacolo.