Ricchi da morire arriva al cinema con Glen Powell al centro di una guerra familiare in cui l’eredità vale più del sangue. Il film di John Patton Ford, distribuito in Italia da Lucky Red dal 17 giugno 2026, porta sullo schermo una commedia nera costruita attorno a un’idea netta: cosa succede quando un escluso decide di reclamare il proprio posto eliminando ogni ostacolo?
Il titolo originale è How to Make a Killing, molto più diretto nel suggerire il doppio senso tra guadagno e omicidio. In Italia diventa Ricchi da morire – Delitti in famiglia, scelta più commerciale ma coerente con il tono del film: una storia di patrimonio, parenti ingombranti, risentimento sociale e ambizione portata oltre il limite.
Il protagonista è Becket Redfellow, interpretato da Glen Powell. Cresciuto lontano da una famiglia ricchissima che lo ha rinnegato alla nascita, Becket non accetta di restare fuori dalla linea ereditaria. Quando capisce che può ancora avere accesso alla fortuna dei Redfellow, decide di mettere in piedi un piano brutale: togliere di mezzo, uno dopo l’altro, i parenti che lo separano dal denaro.
Ricchi da morire: trama e uscita italiana del film con Glen Powell

Ricchi da morire esce in Italia dal 17 giugno 2026 e racconta la scalata criminale di Becket Redfellow, outsider respinto da una dinastia milionaria. Glen Powell interpreta un uomo convinto di meritare ciò che gli è stato negato, mentre Margaret Qualley ed Ed Harris completano una dark comedy familiare fatta di omicidi, eredità e potere.
La premessa è chiara fin dall’inizio: Becket non nasce povero in senso assoluto, ma nasce escluso. Sua madre Mary è stata allontanata dalla famiglia Redfellow e cresce il figlio senza la protezione economica di quella dinastia. Prima di morire, gli lascia un’idea destinata a diventare veleno: non arrendersi finché non avrà ottenuto la vita che desidera.
Da adulto, Becket trasforma quella frase in un programma. Non gli basta sopravvivere, vuole entrare nella stanza dove si decide davvero. La sua ossessione non è solo il denaro in sé, ma il riconoscimento. Vuole che il cognome Redfellow smetta di essere una porta chiusa e diventi un lasciapassare.
La storia prende forma come un racconto in prima persona, con Becket che ripercorre il proprio cammino criminale davanti a un prete prima della pena capitale. È una cornice narrativa classica, ma funzionale: lo spettatore sa che qualcosa è andato storto, ma resta agganciato al come. Il film gioca quindi su un doppio binario: la pianificazione degli omicidi e la progressiva perdita di controllo morale del protagonista.
Nel cast ci sono Margaret Qualley nei panni di Julia Steinway, amore d’infanzia e figura capace di spostare gli equilibri emotivi di Becket, Jessica Henwick, Topher Grace, Bill Camp ed Ed Harris. Quest’ultimo interpreta Whitelaw Redfellow, il patriarca della famiglia, cioè l’ostacolo finale e simbolico: l’uomo che incarna il potere accumulato, difeso e tramandato.
Per chi segue il cinema di genere, Ricchi da morire rientra nel filone delle commedie nere sulla ricchezza come malattia sociale. Non punta sulla simpatia dei personaggi, ma sul piacere narrativo della caduta: vedere un sistema chiuso divorato dalle sue stesse regole. È lo stesso meccanismo che rende appetibili molte storie su eredità, successioni e famiglie milionarie, dal thriller alla satira.
Da Sangue blu a How to Make a Killing: il modello del 1949

Il riferimento principale di Ricchi da morire è Sangue blu, titolo italiano di Kind Hearts and Coronets, film britannico del 1949 diretto da Robert Hamer. Anche lì il cuore narrativo era una vendetta ereditaria: un uomo escluso dalla nobiltà decideva di eliminare i parenti che lo separavano dal titolo e dal patrimonio.
John Patton Ford riprende quella struttura e la aggiorna in chiave contemporanea. Il contesto non è più l’aristocrazia britannica, ma una ricchissima famiglia americana. Cambia il bersaglio sociale: non più il sistema dei titoli nobiliari, ma quello del capitale familiare, delle fondazioni, delle aziende, degli investimenti e del prestigio comprato con generazioni di potere.
Questa modifica è centrale, perché rende Ricchi da morire più vicino al pubblico attuale. L’idea di una famiglia che possiede tutto, decide tutto e chiude le porte a chi non rientra nel codice interno è un materiale narrativo molto riconoscibile. Becket non combatte solo contro singoli parenti, ma contro una struttura. Il problema è che per distruggerla sceglie lo stesso principio che la regge: la forza.
Il film quindi non assolve il protagonista. Lo rende comprensibile, a tratti persino seducente, ma non innocente. Becket parte da una ferita reale, ma la trasforma in calcolo. È qui che la dark comedy trova il suo punto più interessante: lo spettatore può capire la rabbia del personaggio, ma deve fare i conti con la forma che quella rabbia assume.
Il paragone con Sangue blu serve anche a misurare la difficoltà dell’operazione. Il film del 1949 è ricordato per l’eleganza del meccanismo, per il tono caustico e per il modo in cui faceva convivere delitto e ironia. Ricchi da morire deve fare lo stesso in un cinema più esplicito, meno allusivo e più legato alla riconoscibilità delle star.
Ford, già regista di I crimini di Emily, sembra interessato ai personaggi che cercano una via d’uscita dal sistema economico passando per una zona grigia. In quel film la protagonista scivolava nel crimine spinta dalla precarietà e dai debiti. Qui il contesto è diverso, ma l’ossessione è simile: chi resta fuori dalla promessa del successo può decidere di forzare la porta.

Glen Powell cambia registro: da volto brillante ad anti-eroe ambiguo
La presenza di Glen Powell è il principale attrattore del film. Dopo il successo di titoli che ne hanno consolidato l’immagine da protagonista brillante e fisico, Ricchi da morire gli chiede un movimento diverso: restare magnetico mentre interpreta un uomo disposto a uccidere per salire di posizione.
Il rischio è evidente. Se Becket diventa troppo simpatico, la satira perde peso. Se diventa troppo mostruoso, la commedia nera si irrigidisce. Il film lavora proprio su questa soglia: Powell deve vendere il fascino del protagonista senza cancellarne la brutalità. È una parte costruita sulla contraddizione tra sorriso, risentimento e opportunismo.
Becket non è un criminale impulsivo. È un uomo che impara a trasformare la famiglia in una mappa di bersagli. Ogni parente rappresenta una tappa, un ostacolo, una quota di patrimonio ancora non raggiunta. Il suo percorso ha qualcosa di grottesco perché usa il linguaggio dell’ambizione personale, ma lo applica al delitto.
Margaret Qualley aggiunge un secondo livello. Julia Steinway non è una semplice presenza romantica: è il legame con il passato, ma anche la figura che rimette Becket davanti alla possibilità di essere manipolato. Il loro rapporto introduce una domanda utile al film: Becket sta davvero controllando la propria scalata o sta solo entrando in un gioco più grande di lui?
Ed Harris, nel ruolo di Whitelaw Redfellow, porta invece una gravità diversa. Il patriarca non è solo il nonno da superare, ma la versione compiuta del mondo che Becket vuole conquistare. Whitelaw conosce la violenza del potere perché l’ha praticata, conservata e resa rispettabile. Lo scontro tra i due non è quindi solo familiare, ma ideologico: il nuovo arrivato contro chi ha già vinto.
Il resto del cast, da Jessica Henwick a Bill Camp e Topher Grace, serve a costruire la galleria dei Redfellow e dei personaggi che orbitano attorno al protagonista. In una commedia nera di questo tipo, i comprimari sono decisivi: ogni figura deve essere abbastanza riconoscibile da rendere il meccanismo degli omicidi comprensibile e abbastanza caricata da sostenere il tono grottesco.
Perché la ricchezza è il vero motore del film

Ricchi da morire usa il patrimonio familiare come detonatore narrativo. La domanda non è solo chi erediterà, ma quanto una persona sia disposta a deformarsi pur di ottenere un posto nel mondo che l’ha respinta. In questo senso il film si inserisce in una tendenza più ampia del cinema recente: storie in cui il denaro non è sfondo, ma motore psicologico.
Il pubblico ha già visto molte variazioni su questo schema: famiglie isolate in ville enormi, testamenti che diventano armi, parenti pronti a tradirsi, outsider che mettono in crisi una struttura chiusa. Il fascino di questi racconti sta nel fatto che il lusso diventa una trappola. Più il patrimonio è grande, più i rapporti diventano sospetti.
Nel caso di Becket, la ricchezza è anche una promessa identitaria. Non vuole solo incassare denaro, vuole essere riconosciuto come Redfellow. La sua violenza nasce da una contraddizione: odia quella famiglia, ma vuole entrarci. Disprezza il sistema, ma desidera il suo premio più alto.
È questa ambiguità a rendere Ricchi da morire più interessante di una semplice commedia di omicidi. Il film non si limita a dire che i ricchi sono cattivi o che l’ambizione corrompe. Mostra un personaggio che usa la propria esclusione come giustificazione morale, finendo però per replicare la stessa logica predatoria che dice di combattere.
Il titolo italiano, pur meno sottile dell’originale, intercetta bene il nucleo commerciale del film. Ricchi da morire comunica subito genere e promessa: ci saranno soldi, morti e una famiglia da smontare pezzo dopo pezzo. È un titolo pensato per il pubblico da sala, più che per conservare il gioco linguistico di How to Make a Killing.
Per confronto, anche il cinema italiano recente ha usato la ricchezza come carburante comico e familiare. La nostra recensione di Ricchi a Tutti i Costi mostrava una declinazione più leggera e domestica dello stesso materiale narrativo, mentre l’arrivo di Ricchi a Tutti i Costi su Netflix confermava quanto il tema del denaro conteso resti efficace anche in streaming. Ricchi da morire sceglie però una strada più cinica, più anglosassone e più vicina al thriller.
Cosa aspettarsi da Ricchi da morire al cinema

Chi entra in sala per Ricchi da morire dovrebbe aspettarsi una dark comedy più narrativa che esplosiva. Il film sembra puntare su intreccio, cast e ritmo, più che su una satira feroce fino in fondo. La forza è nella premessa: un uomo tagliato fuori da una fortuna miliardaria decide di ridurre drasticamente il numero degli eredi.
La durata di 105 minuti aiuta il racconto a restare compatto. Non è un dettaglio secondario: una commedia nera basata su morti multiple, colpi di scena e doppi giochi rischia facilmente di perdere precisione se si allunga troppo. Qui la struttura sembra pensata per procedere per tappe, con ogni omicidio come avanzamento nella scalata di Becket.
Il punto debole potenziale è la prevedibilità. Quando il meccanismo è così chiaro, il film deve trovare variazioni continue: modi diversi di uccidere, reazioni inattese, cambi di alleanza, crepe psicologiche. Se questi elementi funzionano, Ricchi da morire può reggere anche senza diventare un titolo memorabile. Se invece il gioco resta troppo ordinato, la cattiveria rischia di sembrare controllata.
Il punto forte, invece, è la centralità di Glen Powell. L’attore ha un tipo di presenza che si presta bene al contrasto: volto da protagonista accessibile, ma energia adatta a personaggi più opportunisti. In un film su un assassino che vuole essere accettato dall’alta società, questa ambivalenza è utile.
Per il pubblico italiano, l’uscita del 17 giugno colloca Ricchi da morire in una fase estiva in cui le sale cercano titoli capaci di parlare anche a chi non punta solo sui blockbuster. La commedia nera con cast riconoscibile può intercettare spettatori interessati a un film di genere adulto, con ritmo da thriller e una componente satirica immediata.
Resta da vedere quanto il film riuscirà a mordere davvero sul tema sociale. La premessa ha potenziale: sette eredi, una fortuna, nessun testimone. Ma il risultato dipenderà dal bilanciamento tra intrattenimento e veleno. Se Ricchi da morire userà il carisma di Glen Powell senza addolcire troppo Becket, potrà diventare uno dei titoli più curiosi del mese; se invece sceglierà una via troppo prudente, resterà una dark comedy elegante ma meno incisiva di quanto promette.