Il prigioniero (El Cautivo), il nuovo e attesissimo lungometraggio storico diretto dal regista premio Oscar Alejandro Amenábar, si staglia con fascino magnetico e complessità nel panorama cinematografico contemporaneo. Distribuito nelle sale italiane a partire dal 10 giugno 2026 grazie a Lucky Red, il film non è soltanto una sontuosa ricostruzione in costume. Si tratta di una profonda riflessione sul potere della parola, sulla libertà intellettuale e sulla nascita del genio letterario occidentale, arricchita dalla straordinaria partecipazione di Alessandro Borghi in una delle interpretazioni più complesse e sfaccettate della sua intera carriera internazionale.

Il Prigioniero ci riporta indietro nel tempo, precisamente nel 1575 ad Algeri. Al centro della vicenda troviamo un giovane soldato spagnolo della Marina di ventotto anni, ferito e catturato in alto mare dai corsari ottomani: Miguel de Cervantes. Prima di diventare l’immortale autore del Don Chisciotte, Cervantes sperimenta la brutalità della reclusione e l’angoscia di un riscatto che la sua famiglia non può permettersi. In questo scenario claustrofobico, il protagonista scopre che la sua unica arma di sopravvivenza non è la spada, ma l’immaginazione, trasformando le celle di Algeri nel teatro dei suoi primi, affascinanti racconti.
Il trailer de Il Prigioniero in un’estetica barocca tra fango e sfarzo
Il vero fulcro drammatico e psicologico del film risiede nello straordinario duetto attoriale tra la giovane stella iberica Julio Peña, che presta il volto a un Cervantes guidato da un incrollabile ottimismo, e il nostro Alessandro Borghi, a cui è affidato il ruolo monumentale di Hasán Pasha, il temuto e misterioso governatore di Algeri. Borghi compie un lavoro di sottrazione e di totale immersione psicologica ne Il Prigioniero, evitando con cura di dipingere un antagonista bidimensionale o un tiranno da manuale.
Il suo Hasán è un uomo colto, carismatico e tormentato, fatalmente diviso tra la necessità politica di esercitare una feroce autorità e l’irresistibile attrazione intellettuale per i racconti del suo prigioniero. Il rapporto che si sviluppa tra i due personaggi sfugge a qualsiasi schema predefinito: diventa una silenziosa ed elegante partita a scacchi emotiva, un legame morboso e tossico in cui le barriere tra prigioniero e carceriere si assottigliano fino a confondersi.

La narrazione di Cervantes ne Il Prigioniero funge da ponte tra due mondi e due culture apparentemente inconciliabili, catturando l’attenzione del governatore e modificando per sempre le traiettorie umane di entrambi.
Alejandro Amenábar, supportato dalle imponenti riprese effettuate in Spagna tra Valencia, Alicante e Siviglia, con Il Prigioniero confeziona un’opera visivamente sontuosa che gioca costantemente sul contrasto cromatico e d’atmosfera. Da un lato c’è il realismo sporco, opprimente e umido delle celle sotterranee, dove i prigionieri cristiani lottano quotidianamente per mantenere un briciolo di dignità umana; dall’altro brilla lo sfarzo esotico, dorato e abbagliante del palazzo del governatore, simbolo di un potere assoluto ma prigioniero delle sue stesse responsabilità politiche.

La macchina da presa si muove con fluidità, esaltando la fisicità degli interpreti. Alessandro Borghi dimostra ancora una volta una versatilità straordinaria, recitando in lingua e padroneggiando una presenza scenica regale e minacciosa al tempo stesso, capace di comunicare il pericolo e la fascinazione con un solo sguardo.
Il Prigioniero non si limita a raccontare un tentativo di fuga o un frammento di cronaca storica, ma ambisce a essere una vera e propria origin story dell’atto stesso dello scrivere, mostrando come la sofferenza e la privazione della libertà fisica possano paradossalmente liberare lo spirito creativo, dando vita alla voce letteraria destinata a rivoluzionare per sempre la cultura occidentale.