L’attesissimo sequel de Il Diavolo Veste Prada 2 , sta finalmente per approdare al cinema. Dopo quasi vent’anni dal primo film esordio che ha lasciato un segno nel cinema e nel mondo del fashion, con un gemellaggio unico nel suo genere, Andy (Anne Hathaway) ritorna ormai donna in carriera a doversi scontrare con quel diavolo del suo ex capo, Miranda Priestley. L’icona, di moda e classe interpretata e resa cult da Meryl Streep. Tra runway, nuovi capi d’archivio e uno storyrtelling che continua la storia dei personaggi, finalmente il cinema 2026 torna a dettare legge…in fatto di stile.

Diciamoci la verità era impossibile replicare il cult che è stato nel 2006, perché i tempi cambiano, i sequel sono figli di una nostalgia senza tempo che fanno i conti con le nuove regole della società dell’attualità. Come i personaggi, maturati, anche la moda in vent’anni è cambiata. Nuove visioni, nuove atmosfere stilistiche e soprattutto tanti nuovo termini; dal chip, al normcore sino al quiet luxury e ritornando alla nostalgia si parla proprio di Y2K, il ritorno nelle passerelle della moda anni 2000.
Il Diavolo Veste Prada 2: il cinema si rimette di nuovo i tacchi
A quasi vent’anni dalle loro iconiche interpretazioni nei panni di Miranda, Andy, Emily e Nigel, Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci tornano nelle eleganti strade di New York City e nei lussuosi uffici di Runway nel tanto atteso sequel del fenomeno del 2006 che ha segnato una generazione.

Il film riunisce il cast originale con il regista David Frankel e la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna, e introduce una serie di personaggi nuovi, tra cui Kenneth Branagh, Simone Ashley, Justin Theroux, Lucy Liu, Patrick Brammall, Caleb Hearon, Helen J. Shen e B.J. Novak. Tracie Thoms e Tibor Feldman riprendono i loro ruoli di “Lily” e “Irv” dal primo film.

Andy si ritrova nuovamente dopo vent’anni a scontrarsi con il suo ex-capo, la direttrice del famoso magazine Runway. Più temuta della stessa Anna Wintour, in questi anni però il diavolo ha perso le corna, diventando quasi più umana e accondiscendente. Ci è voluto un secondo capitolo, per mostrare al mondo intero che anche lei ha un cuore, e la sua compostezza è solo sinonimo di iconicità.

Sfrattata da un lavoro che aveva forgiato da anni le sue doti giornalistiche, Andy viene casualmente ricontattata per salvare dalla fossa la credibilità del magazine. Che dopo un era, è cambiato, si adattato alle nuove forme digitali e con esso è mutato anche il rapporto con la moda. Nuovi escamotage sociali sono giunti nel fashion. Non solo più estetica, ma un vero e proprio linguaggio sociale, etico e politico. Dall’ecosostenibilità all’etica del lavoro, l’inclusività (body positive), fluidità di genere, la consapevolezza del consumo e l’influenza dei social.
Un sequel rischioso e nostalgico, ma che convince e si rinnova con intelligenza
Ormai i sequel ci hanno insegnato molte cose nel corso degli anni…dai cult intramontabili nasce il desiderio di dar luce nuovi epiteti, ma con (per la maggior parte dei casi) scarsi risultati. Esempio lampante è stata l’uscita de Il Gladiatore 2 (2026), sequel del colossal diretto da Ridley Scott del 2000, che dopo neanche una settimana al cinema, è stato smontato dalla critica e dal pubblico.
Ma questa volta con Il Diavolo Veste Prada 2, è un caso diverso. Partiamo da un prodotto che non abbraccia solo un certo tipo di nicchia spettatoriale, ma di un genere unico e omogeneo, figlio di un gemellaggio mai visto quasi nel cinema… Che ha unito generazioni e generazioni attraverso il linguaggio universale del glamopur e della moda. Un cult, che in quegli anni ha funzionato, si, perché raccontava gli indimenticabili anni 2000 e il mondo patinato della moda. Diciamoci la verità, chi non ha mai sognato la vita di Andy? Un pò tutti!
Tutti vogliono essere noi. -Miranda Priestly

E anche questa volta funzionerà...perché lo storytelling non era del tutto finito e infondo a quei personaggi ci siamo affezionati un pò tutti. Il Diavolo Veste Prada, ha cambiato la muta, si è adattato alle nuove esigenze di un pubblico che chiede di più; tanta attualità, freschezza, ironia e quel pizzico di denuncia sociale che non guasta mai. La protagonista, si troverà alle prese con una nuova società che cambia e accelera i ritmi, sotto la costate pressione mediatica. Il giornalismo cambia, e di conseguenza il suo lavoro.
Le società si accorpano, tagli di personale, dimezzamenti e licenziamenti in tronco come nel caso di Andy. Una società in continua evoluzione, al passo con i tempi che non smette di ricordarci quanto sia importante produrre, essere in gamba e in continua competizione con gli altri.

A capo di una metafora tra vecchio e nuovo, c’è Miranda, ormai anch’essa risucchiata dal frenetico ritmo digitale. Intrappolata da principi di ambizione che hanno affievolito l’unicità visionaria, annichilendosi anche lei, sotto il qualunquismo editoriale moderno. Tramite la frizzante ironia viene mostrato il ponte tra il vecchio linguaggio e il nuovo, dove il politicamente corretto ha preso il sopravvento anche nel mondo della moda.
Insomma tante critiche al nuovo sistema sociale, dall’etica del lavoro alla moralità esplorata attraverso il personaggio di Andy. Un mix moderno, tante buone intenzioni ma soprattutto consapevolezza di un pubblico nuovo ed esigenze di raccontare la nuova contemporaneità con quel pizzico di glamour in più che non può mai mancare.

Il Diavolo Veste Prada 2, quella nostalgia canaglia
Fenomeno piuttosto insolito, di recente la tendenza più seguita è il ritorno allo stile y2k, ovvero degli anni 2000. Da fenomeno sulle passerelle, a vere e proprie tendenze e trend sui social. E dove il pubblico va, la cinepresa segue. E infatti i casi sono più frequenti di sequel di film cult o reboot anni 2000, magari con un tono più moderno e attuale ma figli di quella nostalgia un pò canaglia.
Se fosse stato un caso o meno questo, comunque, si è rivelata una piacevole sorpresa. Premessa: non tuitti i fan del primo film originale verranno messi d’accordo, ma una buona parte continuerà ad amare la storia che seppur prolungata in maniera semplice e poco artificiosa risulta funzionale e d’effetto. La sceneggiatura e la scenografia ci fanno immergere nuovamente nel mondo extra luxury del fashion, le grandi maison dall’alta moda, le passerelle più prestigiose e i cameo più improbabili. (tante sorprese!)

Uno stile inconfondibile che non perde il suo marchio autoriale, si adatta, si rinnova ma non delude. Il Diavolo Veste Prada 2, diventa l’esempio più lampante di questo anno di cinema 2026, non per forza si deve strafare, stupire o cambiare totalmente assetto narrativo. Ma basta accontentare con un buon prodotto quella fetta fedele di pubblico affezionato allo storytelling principale. Un buon ritmo, tanta musica, nuove prospettive ed un’estetica curata sinonimo del film cult.
Il Diavolo Veste Prada 2: ne è valsa la pena aspettare tutti questi anni?
La risposta è incerta, dato che il finale è sempre rimasto aperto ma solo sino ad indiscrezioni di qualche anno fa, si è capito che ci sarebbe stato un continuo della storia. Una notizia inaspettata, che ha animato fan di tutto il mondo, e unito di nuovo moda e cinema in un grande ed unico spettacolo. Tra le strade newyorkesi e la vivacità milanese, prendono di nuovo vita le avventure di Andy, corse contro il tempo, castronerie quà e là e l’inconfondibile filosofia di vita che da sempre la contraddistingue.
Tante sorprese, colpi di scena ma soprattutto tanto glamour. Torna di nuovo Il Diavolo Veste Prada al cinema con una sfumatura più contemporanea: uno sguardo ironico e brillante sull’attualità, con un sottile accento di critica sociale.
Questa volta “il diavolo” cambia ambito, sfoggiando un look sofisticato e originale che sorprende e si racconta come metafora di un tempo che evolve, trasformandosi senza perdere la propria identità.