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HBO sta barando, e quello era un complimento. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal 2003, anno in cui Seth Godin diede alla luce La Mucca Viola, bestseller da oltre 400.000 copie in grado di mandare in brodo di giuggiole gente come Forbes, in cui il guru, a pagina 57, accostava l’emittente originale da sempre ad altre aziende che avevano stravolto le regole del gioco, quali Starbucks, Google o il mitologico Amazon.com.
Nelle parole del vate: “Dovendo programmare spettacoli originali una sola sera a settimana, questa TV via cavo [HBO] può concentrarsi sul pubblico, investire e superare di gran lunga i network“. Vabbè, non la frase più eloquente della storia: direi, caro Seth, che la citazione è coperta da fair use.

Era il tempo de I Soprano, era il tempo di Sex and the City, come gli anni ’10 sarebbero stati il tempo di Game of Thrones. Insomma, su target differenti, all’epoca HBO era davvero una Mucca Viola, ossia qualcosa di straordinario, capace di definire nuovi standard, che rifuggiva la banalità del solo ottimo. Joe Bastianich, nel lessico di Foodish, avrebbe parlato di Effetto Wow.
Salto nel tempo. Gennaio 2026. La piattaforma HBO Max sbarca in Italia. Io mi abbono. E cosa mi propone in homepage? I Soprano. 86 episodi da 1 ora ciascuno non li recupero certo 30 anni dopo. Sex and the City. Sarah Jessica Parker oggi è alle porte della menopausa. Game of Thrones. Talmente stagionato da avere uno spinoff. Friends. Prodi era a Gradoli città. The Pitt 2. Almeno è nuova, ma dopo 3 puntate ho capito che era tutta uguale e l’ho mollata.

E ti fanno la réclame di Portobello, che però non incarna lo spirito di HBO perché Bellocchio ha fatto la stessa operazione con Netflix per Esterno Notte. The Last of Us. Dopo un ottimo (vedasi S.G.) pilot una serie di cui si poteva fare a meno. E la stagione 2 l’ha stroncata persino Raiden. Ma ehi, abbonati, abbiamo Il Prigioniero di Azkaban e Il Ritorno del Re. Abbiamo tutti i cult. E chissenefrega. HBO è la Blockbuster dell’intrattenimento ormai, è la Kim Cattrall delle maratone con copertina e vaschetta di gelato. Troppo superata per piacere, non abbastanza vecchia per gridare al vintage.
No, impossibile salire a bordo di Industry. Siamo già alla season 4, il riassuntone delle stagioni precedenti è in vietnamita e, non che rimpianga la Buoncostume, tuttavia un titolo stile Paypal per il bukkake non mi fa cliccare come fossi su Youporn. E non mi si dica che Euphoria è una novità, la stagione 1 ha ben 7 anni, ergo è più vicina alla prima sbronza che all’incubatrice.

Stanno mungendo la mucca, direbbe Seth, gli ultimi profitti di un’avanguardia che non è più tale, che non escludo possa ancora stupire il pubblico con produzioni isolate in futuro, ma il quale acme, come brand nel suo complesso, pare relegato al passato. Una modalità di fruizione dei contenuti diversa, un mercato più veloce, con una soglia attentiva degli utenti decisamente inferiore a quanto posto in evidenza da Godin 23 anni fa, dove già non si operava più nella cosiddetta Golden Age dell’apparato industriale pubblicitario.
Un mondo, quindi, a misura di Netflix, criticabile quanto si vuole, la cui qualità nella produzione spazia dall’ottimo (vedasi S.G.) al mediocre, ma la cui Mucca Viola, ovvero la cui straordinarietà, è la capacità continua di sfornare prodotti nuovi, non sempre eccelsi ma certamente intrattenenti e godibili. Prima o poi, lo prometto al CEO, mi deciderò a scrivere l’Apologia di Netflix.
Un mondo, giusto specificarlo, anche a misura di Prime, non tanto perché possa competere con Netflix in termini di nuovi contenuti ma perché compreso nel prezzo, oltre a una proposta sport sempre più ricca, è financo uno straordinario servizio e-commerce, con tanto di consegna a domicilio senza costi aggiuntivi. Insomma, più Mucca Viola di così. Hanno pure gli Hub.

Quale avvenire per HBO allora? Boh, chissà, al momento c’è soltanto la library e qualche serie più o meno commestibile. Puntare sulla qualità e sull’originalità, al fine di reclutare nuovi otaku del brand? Può darsi, però al momento la strategia commerciale di HBO è pedissequa a quella di Canale 5, con l’ennesima somministrazione serale di Chi Vuol Essere Milionario e La Ruota della Fortuna a fare da contraltare ai siparietti di Tony Soprano dalla psicanalista di fiducia. Cioè, io adoro Gerry Scotti, ma dubito che gli anni ’30 del nuovo millennio, piaccia o meno, possano essere il rinascimento mediatico dei Virginio da Pavia.