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Uscita lo scorso novembre su Netflix, persa nei meandri del poco pubblicizzato, ecco Death by Lightning, miniserie in 4 puntate diretta da Matt Ross incentrata su due personaggi dimenticati o quasi dell’ottocento a stelle e strisce, ovvero il Presidente James Garfield e il suo attentatore Charles Guiteau, che la mattina del 2 luglio 1881, revolver in pugno, assalì il politico repubblicano in una stazione ferroviaria di Washington.

Una narrazione a due sin da subito, quasi l’uno luce e l’altro ombra, semplificazione certo, ma rendente l’idea che financo il montaggio vuole trasmettere allo spettatore, con il proscenio alternato tra i personaggi di Michael Shannon e Matthew Macfadyen in grado di trasmettere una sensazione di continuità, come fossero universi paralleli in comunicazione costante, nei quali l’ascesa compiuta del primo risulta irriducibile alla mancata realizzazione del secondo.
Un’illusione ottica, un artifizio cinematografico, chiaro, i due non potrebbero essere più diversi, eppure l’accostamento suggerito nelle prime battute del film proprio da Guiteau non è del tutto peregrino, non curante, povero, che nella scena precedente, ambientata nel 1969, il suo cervello giaceva in un barattolo senza memoria al magazzino del Museo di Medicina Militare della capitale, tra la perplessità e lo stupore di Rico e compagnia cantante.
I capricci della storia, si potrebbe dire, per i quali la fortuna a breve termine può divenire la strada per l’inferno, notoriamente lastricata da buone intenzioni sin dai tempi del barbone di Treviri, col trionfo plebiscitario alle Primarie GOP, a cui Garfield non era neppure candidato, preludio dei proiettili di appena un anno dopo. I capricci della storia, più prosaicamente, laddove il talento di Guiteau (?) non incontra l’opportunità, con la conseguente follia che lo condurrà alla forca al grido di Gloria, nonché al già accennato magazzino dell’era di Richard Nixon.

Due archetipi, insomma, col partito di Lincoln come scenografia, da una parte il virtuoso dalle umili origini venuto dall’Ohio, con ormai la sua farm e la famiglia numerosa assieme a Lucretia (Betty Gilpin), dall’altra il fallito megalomane che entra ed esce di galera, che ruba alla sorella, insolvente per le banche. Un Travis Bickle dall’anamnesi diversa, i postumi della guerra (civile) infatti li ha il santo, con ogni evidenza motivato alla politica da ragioni differenti da quelle deniroiane, sebbene con output verso la figura partitica di riferimento se non identici quantomeno accostabili.
Il partito di Lincoln, si diceva, egemone in quegli anni, abolizionista ma corrotto fino al midollo, con la corrente di New York guidata da Roscoe Conkling (Shea Whigham) ad avere potere di veto su qualunque cosa entrante nel porto della Grande Mela, grazie al quale incassare notevoli tangenti. Un partito, dunque, bloccato tra quelli comprati dalle mazzette di Conkling e quelli ancora fedeli al dinosauro Ulysses Grant, già presidente per due mandati tra il 1869 e il 1877, rassicurante quanto vuoi ma il Mattarella Ter anche no.

Giochi di palazzo, allora, in cui Garfield cerca di impostare la partita con l’aiuto di James Blaine (Bradley Whitford), senatore del Maine e abile interprete della dinamiche interne al GOP a cui, peraltro, propone la carica di Segretario di Stato, con il compromesso, tuttavia, di Chester Arthur (Nick Offerman) come Vicepresidente. Scelta tra l’esilarante e il consolante, dato un passato irreprensibile e un presente le cui feste sono balla bevi sbocca, ciononostante la mossa è volta a ottenere i voti di New York, siccome Arthur è il vice di Conkling, con l’obiettivo però di spezzare il legame tra i due e ripulire il partito dal sistema clientelare di Roscoe.
Una buona performance degli attori, con uno Shannon a restituire Garfield mite e idealista, il cui sangue versato è il contrappunto al candore della sua immagine, immacolata data la brevità della parabola politica, e con un Macfadyen a incarnare Guiteau ambizioso ma infantile, falso ma senza il fascino del mascalzone, inibito ma esibizionista, i cui tratti overt e covert del suo narcisismo si mescolano e confondono, per la felicità di dostoevskiani e letterati mitteleuropei con una proiezione sul Nuovo Mondo e sulle antinomie d’oltreoceano.

4 episodi dal ritmo compassato, non lento ma nemmeno frenetico, che dispiegano una parentesi di fine ottocento, più che godibile anche in binge watching. Una serie sulla forza del caso nella vita degli uomini, non offrente prospettive filosofiche intese a indirizzarlo più per mancata problematizzazione che per visione del mondo, perché Garfield e Guiteau partono da condizioni socio-economiche simili, e nel divino vezzo dell’immedesimazione, lo sanno anche i sassi, sono certo di maggiore impatto le sliding doors rispetto a qualsivoglia discorso su libero arbitrio e volontà umana.
Ah sì, Chester Arthur giurerà da 21⁰ Presidente a settembre 1881. La sua riforma della PA, si dice, sarà decisamente migliore delle condizioni del suo fegato.